Per oltre un secolo ormai si sono avute così tante innovazioni culturali, scientifiche e tecnologiche da stravolgere i paradigmi economici mondiali nonché gli usi e i costumi dell’intera società umana. Tutto è cambiato, nella forma e nella sostanza, ma la scuola continua a proporre il proprio modello didattico e il proprio organigramma formativo basato sempre sulle solite discipline tradizionali. La scuola rimane rigida, poco disponibile ad entrare nella logica formativa moderna probabilmente perché poco consapevole di ciò che richiede il nuovo mercato del lavoro e impaurita dalla trasformazione organizzativa, strutturale e curriculare che l’attende.
Soprattutto in tempi recenti sono emerse nuove e insospettabili figure professionali all’interno di un modello economico globale estremamente complesso e in continua evoluzione. Un modello economico-sociale nel quale l’I.A. svolge un ruolo preminente in grado di rendere impossibile prevedere come esso sarà alla fine. Sono però i nostri stessi alunni a dirci come deve cambiare la scuola. In un’ora di supplenza in una quinta liceale è stato affrontato il tema degli aspetti scolastici migliorabili. Con molto interesse i ragazzi sono entrati subito nel merito con interventi puntuali e significativi dai quali sono emersi ben 7 punti che indicano dove e come bisognerebbe intervenire per riorganizzare la scuola di oggi.
Eccoli di seguito riassunti:
Il quadro emerso appare molto chiaro: manca una vera motivazione allo studio che permetta ai nostri studenti di puntare un vero e proprio obiettivo formativo e di perseguirlo con determinazione. Manca una vera scelta personale, fatta dall’alunno, della tipologia di studi da abbracciare. La scelta fatta è quasi una forzatura, una imposizione familiare o dovuta alla mancanza di alternative formative ritenute valide, anche per colpa di certi luoghi comuni che vedono alcuni indirizzi di studio preferiti rispetto ad altri.
Così in classe ci si ritrova con diversi alunni disinteressati e convinti, peraltro, del dover essere in ogni caso gratificati con una promozione facilitata e conseguibile con un modesto o scarso impegno. Ma se, da un lato, il principio dell’incoraggiare è da ritenersi assolutamente valido nonché perno strategico dell’attività didattica, il successo scolastico ottenuto solo per tale via non restituisce ai nostri ragazzi una vera motivazione allo studio e non garantisce una crescita culturale e delle competenze. Bisogna infatti ricordare che, se una determinata attività, un determinato obiettivo è per me importante ed ho voglia di raggiungerlo, nessuna difficoltà potrà mai fermarmi! Ci vorrà tempo e fatica ma alla fine otterrò ciò che desidero!
Quindi una scuola che non è in grado di far emergere gli interessi dei suoi alunni è una scuola che non serve! Quanti esempi potremmo portare di grandi uomini e donne che anche senza studi specifici approfonditi sono diventati delle eccellenze in ogni settore delle più disparate attività umane. Uno per tutti: Filippo Brunelleschi, divenuto famoso per la creazione della cupola in Santa Maria del Fiore. Il Brunelleschi non fece studi specifici di ingegneria o architettura ma usò l’ingegno diventando un orafo, scultore, architetto e ingegnere. Egli inizia come orologiaio e fu inventore della prima sveglia.
Ma allora la scuola a che serve? La scuola continua ad avere il ruolo di ambiente di formazione e di integrazione sociale di ogni singolo studente. Le discipline di base devono continuare ad essere insegnate perché bisogna sempre saper leggere, scrivere e far di conto anche, e soprattutto, ad un livello superiore rispetto alla formazione primaria. Ma è anche vero che tutti devono poter scegliere ciò che piace fare e quindi il tipo specifico di percorso scolastico superiore. Bisogna far conoscere per esperienza diretta, come prova, ai nostri ragazzi le varie opportunità formative esistenti. Ciò è possibile nel corso del primo biennio. Bisogna definire anche dei nuovi indirizzi formativi focalizzati sulle nuove competenze richieste dal mondo del lavoro. Questo deve essere uno degli obiettivi principali a cui la scuola nuova deve puntare se non vuole fossilizzarsi definitivamente.
Lo scopo è quello di stimolare e far emergere i veri interessi formativi in ciascun studente per ottenere poi la sua reale formazione con vere competenze acquisite. Il rischio per la scuola è, infatti, quello di perdere irrimediabilmente l’egemonia formativa essendo diventato ormai troppo facile imitare, con le nuove tecnologie in uso anche in ambito della formazione, il lavoro svolto dagli insegnanti.
Giuseppe D’Angelo