Qual è lo stato di salute della scuola italiana? Un’analisi recente, firmata per il Corriere della Sera dallo scrittore e docente Roberto Contessi, parte dai dati Invalsi e fotografa una realtà frammentata, segnata da forti disuguaglianze. Dopo la scuola media, infatti, gli studenti più preparati – in particolare le ragazze, che mediamente ottengono risultati migliori dei coetanei maschi – tendono a concentrarsi in alcuni territori e in specifici licei o istituti tecnici, spesso sezioni “di eccellenza” delle grandi città.
In queste isole felici, gli insegnanti trovano classi già abituate allo studio, famiglie attente al valore della formazione e un ambiente che facilita ogni tipo di sperimentazione. Qui il docente può permettersi un approccio creativo o tradizionale senza timore di fallire, perché gli alunni hanno già alle spalle un bagaglio solido. Il rovescio della medaglia è che molte famiglie, per ragioni economiche o culturali, si autoescludono da queste scuole, alimentando una segregazione di fatto.
La questione diventa cruciale se si guarda al resto della popolazione scolastica: sette studenti su dieci faticano, arrancano, e spesso finiscono per essere considerati un “problema”. Contessi richiama l’immagine proposta da Rossella Grenci nel libro La scuola dei canarini: gli alunni in difficoltà non sono un ostacolo, ma un segnale prezioso. Come i canarini nelle miniere, indicano la strada al docente, lo avvisano che occorre fermarsi, rispiegare, trovare nuove strategie.
Il biennio della pandemia ha reso ancora più evidente questa fragilità. La didattica a distanza ha incrinato i rapporti, spostando il baricentro sulla lezione frontale e riducendo il ruolo del docente a “volto in un rettangolo”. In quel contesto, i fallimenti di apprendimento sono stati imputati non ai metodi, ma al mezzo tecnologico, scaricando sugli studenti la responsabilità delle difficoltà.
Contessi invita a superare la retorica della “centralità” del maestro per riscoprire la “capacità di relazione”: corpo, voce, immagini, strumenti semplici ma efficaci, come dimostrava già Alberto Manzi negli anni Cinquanta. L’autorità dell’insegnante non può reggersi solo sul contesto privilegiato di alcune scuole, ma deve trovare forza nel dialogo con chi arranca. Perché, conclude, almeno un posto da “canarino” va riservato a ciascun ragazzo prima di escluderlo, relegandolo ai margini del sistema.