Esistono ferite che non hanno colore politico, ma solo il sapore amaro del sale e del rimpianto. Tre anni fa, sulla spiaggia di Steccato di Cutro, nel Crotonese, il mare restituiva i resti di un’umanità spezzata: novantaquattro vite interrotte a pochi metri dalla salvezza. Quel giorno l’Italia intera, da destra a sinistra e senza distinzioni, si fermò a piangere davanti all’ultimo piccolo corpo disteso sulla sabbia, un’immagine che ha travolto i cuori di tutti, cancellando ogni barriera ideologica.
Oggi, però, quel ricordo rischia di essere soffocato dalla burocrazia. Seguendo alla lettera le direttive che impongono il “contraddittorio” in ogni iniziativa pubblica, c’è chi ha scelto di vietare il ricordo nelle scuole. Ma di fronte a una tragedia simile, che contraddittorio deve e può esserci? Esiste forse una tesi contraria al valore della vita umana? Quale “altra versione” si può offrire davanti alla morte di un innocente?
Si possono davvero dimenticare quelle vite umane? Si può ignorare l’ultimo corpo trovato su quella spiaggia che ha fatto piangere l’intero Paese? La scuola ha il compito di formare uomini e donne, non burocrati dell’indifferenza. Perché i nostri alunni, i nostri figli, non devono averne ricordo a scuola?
Impedire la memoria non è neutralità, è un’omissione che ci rende tutti più poveri. Ricordare Cutro non è una scelta politica, è un dovere civile che dobbiamo alle generazioni future affinché l’orrore non diventi mai normale abitudine.
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