Leggere di “schedature politiche” nelle scuole, con tanto di plauso da parte di esponenti politici nazionali, suscita una sensazione di straniamento e non poche preoccupazioni. Sembra di assistere a una farsa anacronistica, o all’opera di qualche buontempone in cerca di visibilità, se non fosse che le conferme istituzionali trasformano il grottesco in un allarme democratico molto serio, soprattutto sul piano educativo.
C’è un equivoco di fondo che serpeggia in queste iniziative e che va smascherato: l’idea che la scuola debba essere un luogo asettico, “neutro”, dove il sapere viene travasato in teste vuote senza che questo processo generi attrito, dubbio o visione del mondo. Chi stila liste di proscrizione per scovare presunti indottrinamenti confonde colpevolmente la partigianeria, l’indottrinamento di partito (che va evitata) con la natura intrinsecamente politica dell’educazione (che è invece necessaria). Davvero pensiamo che un docente possa entrare neutro in classe? O meglio: è davvero questo che auspichiamo?
Sarebbe bastato, a chi oggi invoca controlli ideologici, studiare un po’ di pedagogia, magari rileggendo Paulo Freire. Nella sua Pedagogia dell’autonomia, il grande pedagogista brasiliano ci ha lasciato una lezione che oggi suona rivoluzionaria: insegnare è sempre e comunque un atto politico. Non perché debba servire a raccogliere voti o tessere di partito, ma perché l’educazione ha il compito di formare cittadini, non sudditi o semplici impiegati.
Scriveva Freire: “L’educatore e l’educatrice critici non possono pensare che saranno in grado di trasformare il paese, a partire dal corso che coordinano o dal seminario che tengono. Ma possono, sì, dimostrare che cambiare è possibile. E ciò rinforza in loro la consapevolezza dell’importanza del compito politico-pedagogico che svolgono”.
Ecco il punto nevralgico che le “schedature” vorrebbero cancellare. Il compito “politico” del docente non è dire allo studente cosa pensare, ma dimostrargli che il pensiero stesso è uno strumento di cambiamento, e che tale pensiero è, esso stesso, un atto politico. Se togliamo alla scuola la capacità di dimostrare che “cambiare è possibile”, che la realtà non è un monolite immutabile da accettare passivamente, cosa resta? Resta l’addestramento.
L’insegnante che stimola il pensiero critico – anche prendendo posizioni rispetto alla società, all’agire politico, ecc. – non sta facendo propaganda: sta facendo il suo lavoro. Chi vede in questo un pericolo, forse ha paura proprio del cambiamento. Invece di perdere tempo a stilare liste di “buoni e cattivi” tra i professori, dovremmo preoccuparci di difendere quello spazio sacro in cui si impara che il mondo può essere trasformato. Facile, no?