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La scuola nelle carceri

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“Come il lavoro, anche la scuola, in carcere, è un punto cardine del percorso di educazione e reinserimento sociale dei detenuti. Lo studio in cella abbatte drasticamente il tasso di recidiva”: così ha detto il sottosegretario con delega all’istruzione degli adulti, Toccafondi.
“Vorrei fosse chiaro – spiega – che la scuola in carcere non è un’ora d’aria, ma apprendimento vero. Che richiede applicazione e fatica agli studenti-detenuti, la cui età media supera i trent’anni”. Per questo, continua il sottosegretario : “dobbiamo assolutamente migliorare per dare a un maggior numero di detenuti la possibilità di studiare”.
Ma per fare questo, aggiunge : “Occorre una particolare attenzione e una volontà chiara di interventi all’interno delle carceri perché un detenuto che frequenta le lezioni con regolarità, raggiungendo la licenza media o il diploma, ma anche la licenza elementare, è una persona che vuole cambiare, che capisce che ha bisogno di studiare per poter cambiare vita, crede nelle sue possibilità e nei suoi talenti. Se studia vuole creare le basi per costruirsi un’esistenza migliore e di conseguenza l’istruzione è uno strumento per abbattere la recidiva. Chi studia, così come chi impara un mestiere all’interno di un istituto di pena, ha una possibilità reale di “ripartire” sia all’interno del carcere sia dopo avere scontato la pena”.
Il punto centrale è allora per Toccafondi quello di puntare su “insegnanti formati”.
“Quelli che attualmente vi operano sono “professionisti che prestano servizio sia nelle scuole “normali” che in carcere. Alcuni, quelli più motivati, lavorano, anche da decenni, soltanto in carcere. La loro è una vera vocazione. E sono questi a spingere per potenziare l’offerta. Sono i primi a poter testimoniare quanto sia utile studiare in cella. Alcuni hanno portato detenuti fino alla laurea”.
Ancora però, dice il sottosegretario: “Manca la consapevolezza dell’utilità della scuola in carcere. Eppure, a pensarci bene, è un bene per tutti. Per i detenuti, che così possono rifarsi una vita, ma anche per la società, che recupera una persona che ha buone probabilità di non tornare a delinquere. A settembre si parte con i Cpia. Questo sarà un banco di prova della volontà di potenziare l’istruzione in carcere. Credo che unendo le forze si possa tranquillamente raddoppiare i corsi oggi esistenti”.