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La Spezia: una tragedia che interroga la scuola e la società

In riferimento a quanto successo a La Spezia, credo che dovrebbe essere proposta in televisione la serie Adolescence, ideata da Jack Thorne e Stephen Graham e diretta da Philip Barantini, e che la stessa dovrebbe diventare parte del dibattito attuale sui fenomeni di violenza sempre più diffusi tra gli adolescenti, dentro e fuori l’ambito scolastico.

La serie invita a riflettere su un fallimento sociale, in cui la scuola non è il “male”, ma il termometro di una crisi più ampia: quella di una società dominata da logiche utilitaristiche ed egocentriche, che ha progressivamente rinunciato a investire nella formazione umana e culturale degli studenti. Questo giudizio si applica molto bene anche alla scuola italiana contemporanea, che, non diversamente da quella anglosassone, al cui modello si è ispirata, appare sempre più sminuita nel suo ruolo educativo, formativo e culturale, dopo lo smantellamento di una scuola che era un’eccellenza in Europa e nel mondo. Il “sapere” e il “saper essere” vengono progressivamente sacrificati a favore del “saper fare” e del “saper produrre”.

Il modello scolastico attuale è il risultato delle riforme scolastiche degli ultimi anni, che hanno promosso la cosiddetta scuola-azienda, un modello didattico fondato su percorsi per competenze, organizzati attraverso unità di apprendimento (UDA) che procedono a partire da obiettivi prettamente operativi. In questo impianto, le competenze vengono definite a priori e solo in un secondo momento si individuano le conoscenze funzionali al loro sviluppo. Ne deriva una concezione dell’apprendimento in cui il sapere perde valore formativo e diventa strumentale, subordinato all’efficienza e alla capacità dimostrata nell’applicazione delle competenze.

La valutazione riflette pienamente questa impostazione. A conclusione di ogni UDA si valuta il prodotto con apposita rubrica, mentre per la valutazione del processo, attraverso rubriche descrittive, si osservano, sulla base di precisi indicatori ed evidenze, i “comportamenti” dello studente nel corso del processo di apprendimento: la capacità di progettare la risoluzione di un problema, individuare le fonti, utilizzare strumenti multimediali per elaborare progetti, gestire situazioni di crisi, lavorare in gruppo, affrontare problemi complessi, ecc. Alcune di queste competenze sono indubbiamente importanti, ma nella pratica rischiano di ridursi a prestazioni formali, in quanto non sostenute da una solida formazione culturale, critica ed emotiva.

Un ruolo centrale assume la competenza imprenditoriale, una delle competenze chiave europee, proposta in tutte le scuole di ogni ordine e grado, compresa la scuola primaria (sì, la scuola primaria, avete capito bene). Essa comprende dimensioni quali lo spirito di iniziativa, la capacità di trasformare le idee in azioni, la gestione dell’incertezza e del rischio, la pianificazione di progetti e la valorizzazione delle opportunità: un vero e proprio addestramento alla produttività, all’adattabilità e alla competitività.

Adolescence mostra con chiarezza le conseguenze di questo sistema educativo: studenti disinteressati, demotivati, irrispettosi; adolescenti fragili sul piano emotivo e relazionale; ragazzi incapaci di riconoscere e comunicare il disagio, di elaborare la frustrazione e di dare un senso alle proprie esperienze, vittime di ideologie di odio alimentate da comunità online che, con la loro sottocultura, influenzano profondamente il comportamento reale, producendo conseguenze inimmaginabili.

La violenza che attraversa la serie è il frutto di un vuoto educativo profondo, lo stesso che sta caratterizzando la nostra scuola pubblica, messa nelle condizioni di rinunciare progressivamente alla formazione integrale della persona. A ciò si aggiunge l’incapacità di comprendere il mondo dei giovani, il loro linguaggio e le trappole in cui si cacciano, anche a causa della priorità attribuita al lavoro burocratico necessario a far funzionare una serie di attività progettuali che rispondono alle nuove esigenze educative, ma che restringono o annullano il tempo per la relazione e il dialogo con gli alunni. Il tutto si inserisce in una società che non offre modelli per disinnescare il disagio giovanile, anzi lo alimenta attraverso la distruzione dei messaggi di valore e culturali, il culto dell’effimero e dell’immagine, il valore supremo dell’avere a discapito dell’essere, la competizione e la legge del più forte.

Dovremmo, e la serie Adolescence ci invita a farlo, ripensare la scuola come luogo di costruzione dell’identità, del pensiero critico e della responsabilità morale. Questa deve essere la sua funzione primaria, non quella di semplice anticamera del mondo del lavoro.

Maria Rosa Guarnieri

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