Burnout Docenti: Sintomi, Cause e Come Gestire lo Stress a Scuola

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La storia non procede come una linea

Se guardiamo alla storia degli ultimi decenni, ci accorgiamo che è caratterizzata dall’alternanza di periodi di euforia e periodi di depressione. Il Novecento inizia con la Belle Époque, con la convinzione illuminista della “necessità del progresso” e dell’“intima razionalità degli avvenimenti”. Un ottimismo consacrato da due simboli: la Tour Eiffel che sfida il cielo e il ballo Excelsior, nel cui finale, al ritmo del can can, le ballerine muovono le gambe come se dovessero salire una scala.

Ma a quel quindicennio felice fa seguito, invece, un secolo infausto, un oceano di dolore e di morte: due guerre mondiali (1914-18 e 1939-45) e due pandemie, la Spagnola (1918-19) e l’Asiatica (1957-58). Due voragini cancerogene che divorano il cuore del Novecento, tanto da essere denominato “secolo breve” ed anche “secolo inutile”.

Alcune osservazioni. Una guerra non finisce mai con la guerra. È sempre seguita da una scia funerea di patologie che mietono talvolta più vittime della guerra stessa. Si consideri che la Grande Guerra provoca tra i 15 e i 20 milioni di morti, mentre quelli causati dalla Spagnola, successiva alla guerra, si calcolano intorno ai cento milioni. Della Spagnola qualcuno ha scritto che tale influenza fu “poco democratica” perché colpì, in modo selettivo, la popolazione giovane e robusta, lasciando le famiglie senza padri e senza madri. Accadeva, infatti, che un sistema immunitario forte reagisse scatenando una risposta biologica eccessiva che finiva per distruggere i tessuti polmonari, provocando morte per asfissia. Inoltre, si pensi che tale pandemia fu diffusa, in Italia, dai soldati che tornavano dal fronte nella primavera del 1918. Ironia della sorte: essi scendevano dai treni bramosi di riabbracciare i loro cari, senza sapere che, insieme all’amore, portavano loro come regalo la morte.

Ma proseguiamo nella sinusoide euforia-depressione. Allo sconforto delle due guerre e delle due pandemie fece seguito lo slancio vitale dei decenni della ricostruzione e, quindi, un novello periodo euforico: quello del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta. E dopo? Nei primi decenni del Duemila compaiono problemi come crisi economica, scontro fra le civiltà, emergenza ecologica. Infine, ai nostri giorni, ecco riemergere l’ombra minacciosa dei “Signori della guerra” e lo spettro di un nuovo conflitto globale. A ciò si aggiunge che la crisi, succeduta a mezzo secolo di benessere, si traduce in relativismo etico, vuoto esistenziale, disorientamento morale e disordini sociali.

A questo punto è impossibile non chiedersi: perché questo destino? Raggiungere il culmine dell’arco per poi tornare a scendere? Perché la linea del progresso è sempre destinata a spezzarsi? Perché siamo condannati all’idiozia di una sinusoide che incessantemente sale e sprofonda? Come mai siamo destinati alla logica del formicaio che, ogni volta che qualcuno lo calpesta, viene ricostruito dalle formiche senza neppure chiedersi il perché?

Qualcuno sostiene che la storia sia ricerca della felicità e che questa, per sua natura, sia una spirale senza fine. Per cui ogni evoluzione ci costringe ad andare oltre, a desiderare di più. Qualcun altro ritiene, invece, che esista un legame diretto tra felicità e tenuta dei valori fondamentali. Una tesi che merita attenzione.

Non dimentichiamo che per gli antichi la storia era un “cerchio”, un eterno ripetersi dell’esperienza. “La natura – scrive Marco Aurelio – torna a disfare ogni cosa perché il mondo sia sempre giovane”.

Sono stati i cristiani, seguiti dagli illuministi, a concepire la storia come “linea ascendente”, come un processo di “irreversibile perfettibilità”, secondo la definizione di Condorcet. Forse, però, abbiamo esagerato nel credere che l’umanità tenda per istinto naturale a progredire e che i popoli siano solidali nel progresso. Forse dobbiamo ammettere che il dogma secondo cui ciò che viene dopo è sempre meglio di ciò che c’era prima è soggetto a molte eccezioni. Probabilmente ha ragione Voltaire quando dubita che la storia sia realmente una linea retta a progressione diagonale. In realtà, egli afferma, il cammino umano è simile a rari villaggi disseminati nell’immensità di una pianura. La serenità è solo di rari momenti.

Possiamo, invece, consolarci con una constatazione: sono proprio i periodi di crisi a sviluppare nell’umanità un’insolita tensione al superamento. Così, mille anni di Medioevo hanno generato la civiltà dei Comuni e la Peste nera della metà del Trecento ha fatto esplodere il Rinascimento.

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