Registrati

L’applauso non basta: la responsabilità di chi parla di educazione

Un genitore può sbagliare senza essere un “deficiente”. Un insegnante può  avere bisogno di migliorare senza diventare il responsabile del fallimento di intere generazioni. Uno studente può  aver bisogno di aiuto senza che questo dimostri la sua incapacità di affrontare la vita. Sono distinzioni che dovrebbero appartenere al patrimonio comune di chi si occupa di educazione. Eppure, quando scuola e famiglia entrano nel dibattito pubblico, vengono spesso sacrificate alla frase destinata a colpire. Abbiamo ascoltato parlare di genitori come dei “peggiori della storia”, di una scuola ormai “morta”, di diagnosi cercate per ottenere percorsi facilitati. Espressioni diverse, pronunciate in contesti diversi, che condividono un problema: trasformano questioni complesse in giudizi immediatamente riconoscibili, facili da applaudire e da rilanciare. Ma che cosa rimane a chi, il giorno dopo, deve entrare in classe o affrontare una difficoltà con un figlio?

Il mio giudizio, quindi, è che in queste frasi la forza della provocazione superi spesso la precisione e la cura educativa. Una voce puòbblica autorevole ha una responsabilità particolare: rendere i problemi più comprensibili, chiarire i limiti delle proprie affermazioni e offrire indicazioni applicabili. L’applauso ottenuto da una frase dura non dimostra né la sua validità scientifica né la sua utilità per chi educa. Il pubblico tende ad attribuire un peso particolare alle parole di chi viene presentato come esperto. Una provocazione pu  così essere ricevuta come una prescrizione professionale, un ricordo personale come una regola generale, una convinzione come un risultato acquisito. Chi gode di autorevolezza dovrebbe aiutare a distinguere questi piani, soprattutto quando parla di persone in età evolutiva e delle relazioni che ne accompagnano la crescita.

Prendiamo la proposta di selezionare gli insegnanti attraverso test di personalità, per verificare se sappiano coinvolgere e appassionare gli studenti. La questione da cui nasce è importante: conoscere una disciplina non basta a insegnarla bene, e la relazione educativa merita attenzione. Tuttavia, un test di personalità non coincide con una valutazione della competenza didattica. Strumenti validati possono offrire informazioni utili all’interno di un processo più ampio, con possibilità e limiti che dipendono dal loro impiego. Non certificano da soli la capacità di insegnare e non garantiscono la qualità di un’intera carriera. [1] Un docente riservato può spiegare con chiarezza, cogliere le difficoltà e costruire fiducia senza conquistare una platea. Un insegnante carismatico può  attirare l’attenzione senza accorgersi di chi sta rimanendo indietro. Per tutelare gli studenti occorre osservare come si insegna, come si verificano gli apprendimenti e come si interviene quando qualcosa non funziona. Occorre anche offrire formazione, affiancamento e valutazioni capaci di produrre miglioramenti. Affidare tutto alla personalità lascia senza risposta buona parte di queste esigenze.

La stessa semplificazione compare quando un gesto familiare diventa la prova dell’inadeguatezza di un genitore. Nell’intervista riportata da una testata scolastica, chi controlla o rifà lo zaino dei figli viene qualificato come “deficiente”. [2] Promuovere l’autonomia è un obiettivo condivisibile, ma il significato di un aiuto cambia con l’età, con le capacità già acquisite e con le difficoltà del bambino. Preparare abitualmente lo zaino al posto di un adolescente che sa organizzarsi è diverso dall’insegnare a un bambino come farlo. Anche in quest’ultimo caso, l’obiettivo può  essere ridurre progressivamente l’intervento dell’adulto. La domanda utile riguarda dunque il modo in cui il sostegno viene offerto e quanto favorisca l’apprendimento. L’insulto chiude questa riflessione prima ancora che cominci. Chi ascolta avrebbe bisogno di criteri per distinguere l’accompagnamento dalla sostituzione; riceve invece un’etichetta con cui giudicare sé stesso o altri genitori. Persino il giudizio sui “peggiori della storia” richiederebbe di chiarire quali comportamenti si stanno confrontando, con quali epoche e sulla base di quali elementi. La forza della formula non risolve queste domande. [3]

Più delicato ancora è il discorso sulle diagnosi. Paragonare la scuola primaria a una “clinica psichiatrica” e attribuire alle famiglie la ricerca di facilitazioni significa introdurre un sospetto che pu  estendersi ben oltre i casi ai quali si intende fare riferimento. [4] Discutere l’appropriatezza delle valutazioni è legittimo e necessario. Per farlo servono distinzioni tra condizioni differenti, conoscenza delle procedure e dati che permettano di esaminare il problema. Una diagnosi non può  essere rappresentata genericamente come una scorciatoia: per molte famiglie arriva dopo un percorso faticoso, durante il quale si cerca di comprendere perché un bambino incontri ostacoli che altri sembrano superare più facilmente. Il rischio di un linguaggio sommario è che lo studente debba difendersi anche dal sospetto che la sua difficoltà sia una convenienza. La prudenza, qui, è parte della competenza: permette di discutere gli eventuali errori senza screditare indiscriminatamente chi ha bisogno di una risposta adeguata.

Anche la fatica viene spesso raccontata come se possedesse, di per sé, un valore formativo. Affrontare un impegno, tollerare una delusione e assumersi una responsabilità sono esperienze importanti. Il loro significato educativo dipende per  dalla proporzione, dal contesto e dalle possibilità di affrontarle. Una richiesta esigente è diversa da un’umiliazione; una conseguenza comprensibile è diversa da una punizione arbitraria. Per questo merita una riflessione il passaggio, riportato dalla stampa, in cui l’accanimento di un docente su uno studente viene presentato come “scuola di vita”. [5] Crescere significa certamente incontrare persone ingiuste e imparare a confrontarsi con loro. Comprende per  anche il riconoscimento dei propri diritti, la possibilità di nominare un torto e la capacità di cercare aiuto. Se il sostegno dell’adulto viene descritto sempre come un ostacolo all’autonomia, si rischia di affidare al ragazzo una responsabilità che non gli appartiene: gestire da solo il comportamento dannoso di chi dovrebbe educarlo.

A rendere più difficile il confronto interviene il modo in cui queste parole circolano. Un discorso diventa un video di pochi secondi, il video un titolo, il titolo una sentenza ripetuta senza le precisazioni che potevano accompagnarla. La responsabilità riguarda anche chi seleziona e rilancia i frammenti. Non possiamo attribuire agli autori l’intenzione di raccogliere like; possiamo per  osservare quanto certe formule siano adatte a una comunicazione che premia la contrapposizione. Il pubblico riconosce un bersaglio, si schiera e condivide. Nel frattempo, esperienze molto diverse vengono compresse nella stessa caricatura: il genitore impegnato a sostenere un figlio, quello che interviene a ogni minima difficoltà e quello che delega tutto alla scuola finiscono nella medesima categoria. Lo stesso accade agli insegnanti e agli studenti. Si produce consenso attraverso una semplificazione il cui costo ricade sulle persone descritte.

Il rispetto della persona è una condizione della critica educativa. Consente di indicare un errore senza trasformarlo nell’identità di chi lo commette, di chiedere responsabilità e di porre limiti spiegandone le ragioni. Questo criterio vale nelle famiglie, nelle aule e davanti a un microfono. Nessun genitore dovrebbe essere esonerato dalle proprie responsabilità e nessun insegnante sottratto alla valutazione. Proprio per rendere queste richieste concrete, chi parla con l’autorità dell’esperto dovrebbe chiarire quale comportamento sta contestando, in quali circostanze e quali alternative suggerisce. Dopo aver ascoltato un intervento sull’educazione, dovremmo avere qualche strumento in più per affrontare una situazione difficile. Se ci rimane soltanto qualcuno da disprezzare, è legittimo chiedersi che cosa abbiamo imparato. Una platea conquistata non è ancora una comunità aiutata a crescere.

Gianluigi Rando

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate