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17.03.2026

Lascia la carriera per insegnare: “Nove ore al giorno e nove di sera, in ospedale per stress. Non rifarei questa scelta”

Il mestiere del docente? Sempre meno attrattivo, anzi: sono molti i docenti che si sono pentiti di aver intrapreso la carriera dell’insegnamento. Questo è ciò che è successo ad un 42enne, che ha raccontato la sua storia ai microfoni de La Repubblica.

L’uomo ha lasciato un’altra carriera per vocazione, e da sei anni insegna francese nelle scuole italiane da precario. Oggi si trova in una posizione che lui stesso definisce, senza giri di parole, una trappola: “Non riesco ad andare avanti, ma non riesco nemmeno a tornare indietro”.

Ecco cosa è successo: “Davo lezioni private di francese, quasi per hobby, e mi sono ritrovato a scoprire che mi piaceva. Poi è arrivato un annuncio di messa a disposizione per insegnare francese alle medie – ora insegno alle superiori – e ho deciso di buttarmi. Nel 2021 lavoravo ancora in azienda e contemporaneamente avevo cominciato a insegnare. Ho lavorato per varie multinazionali nel campo della logistica e del commerciale a livello internazionale. Ho una conoscenza avanzata del francese, inglese e spagnolo, avevo fatto esperienze vere, a contatto con colleghi di tutto il mondo. Era un profilo solido, spendibile. Ma quando sono entrato in classe, nei primi anni, ho trovato qualcosa di diverso. Non vedevo l’ora di andare a scuola”.

Ad un certo punto qualcosa si è rotto: “Il sistema te lo smonta pezzo per pezzo, senza che te ne accorga subito. Le supplenze in province lontane del nord, la chiamata con le 48 ore di tempo per accettare o perdere il posto. Fai le valigie di fretta e furia, cerchi una stanza, e scopri che senza un contratto a tempo indeterminato i proprietari non ti affittano niente. Altri miei colleghi sono finiti in un B&B o in un ostello, e lo stipendio se ne va lì. È un sistema barbaro, a dir poco”.

Le difficoltà sono tante: “Avendo un incarico di lavoro a tempo pieno, circa 1.600 euro al mese quando va bene. In Lombardia, in provincia di Milano, ad esempio, a San Donato Milanese dove ho vissuto, una stanza parte da 600 euro. La macchina mi costa circa 200 euro al mese tra carburante e manutenzione. Poi ci sono le spese per vivere, quelle mediche, e quelle per le certificazioni che il Ministero continua a chiederci. Ho visto i miei soldi diminuire”.

“Il Ministero pretende qualifiche continue, aggiornamenti costanti, abilitazioni che devi pagare di tasca tua. Pochi giorni fa ci hanno comunicato che le certificazioni informatiche ottenute in precedenza non valgono più se passi dalla seconda alla prima fascia delle Gps. Devi rifarle. In tre settimane, perché i tempi li decide il Ministero, non tu. E ovviamente le devi comprare”, ha aggiunto.

“Ho la scuola di mattina a 24 chilometri da casa, tre quarti d’ora di macchina considerando il traffico dell’hinterland milanese. Insegno al mattino e alla sera: nove ore di mattina, nove di sera in un’altra sede. Un on e off continuo che non lascia spazio a nulla. I valori del sangue erano alterati, l’insonnia si era installata. Avevo perso l’equilibrio di tutto. A novembre, all’una e un quarto di notte, mi trovavo al pronto soccorso di un ospedale lombardo. Il referto diceva: paziente giunge per agitazione a seguito di violenza verbale a scuola serale, periodo di stress da orari lavorativi diurni e serali”.

Il docente ha anche fatto domanda per il concorso Pnrr3: “Non l’ho passato. Dopo l’ennesima domanda ho avuto un crollo. Le energie non c’erano più. Nei concorsi precedenti avevo fatto bene, ma anche quello non era bastato a darmi una cattedra. È sempre un terno al lotto”.

Al momento per l’uomo è complicato anche ritornare nel settore privato: “Perché non ci riesco, e questo è il punto che fa più male. Ho le competenze, le lingue, l’esperienza internazionale. Ma ho più di 40 anni e quasi sei anni di scuola alle spalle, e per molte aziende questo gap equivale a un’assenza dal mercato. Ti chiedono perché sei andato a fare l’insegnante e perché vuoi tornare, e quella domanda nella pratica delle selezioni spesso diventa un’eliminazione silenziosa. Il sistema scolastico non mi stabilizza, e il sistema privato nel frattempo ha quasi chiuso la porta”.

“Mia madre non sa la metà di quello che sto vivendo. È sempre molto preoccupata per me, e io non riesco a dirle niente, mi sento in imbarazzo. Ho 42 anni e non ho una casa mia, non posso pensare a un mutuo. Mi chiedo con che base potrei costruire una relazione seria, come potrei progettare una famiglia. Non rifarei questa scelta. E questo mi pesa tantissimo dirlo, perché soprattutto i primi anni sono stati bellissimi, autentici. Insegnare per me è vitale ma il sistema ha trasformato qualcosa che amo in qualcosa che mi potrebbe consumare. Se avessi saputo che le cose sarebbero diventate così, a malincuore avrei scelto un’altra strada”, ha concluso.

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