Conosco Vittorio Lodolo D’Oria da molti anni e ne seguo con interesse il lavoro di ricerca. Non è detto che noi due si pervenga, a partire dallo stesso tema, a conclusioni identiche ma è certo che entrambi ci siamo interessati (io dal punto di vista della politica scolastica, Vittorio dal punto di vista del medico ricercatore) ad un aspetto incompatibile con la possibilità di esercitare bene il difficile mestiere dell’insegnante: il tema è quello del burn out, dell’esaurirsi psico-fisico della persona, in stretta relazione con il lavoro che svolge.
Al burn out Lodolo D’Oria ha dedicato molta attenzione a partire da anni lontani: e qui voglio fissare una data, poiché, per comprendere come sono andate le cose, è bene restare ancorati alla realtà fattuale e anche a quella più incontrovertibile, la realtà della cronologia. Dunque, nel 2005 Vittorio Lodolo D’Oria dà alle stampe un testo, Scuola di follia: in copertina il suo nome compare nella veste di curatore, a significare che quanto si leggerà è frutto di un lavoro collettivo. La presentazione è firmata da Tullio De Mauro, nel momento in cui il Ministero dell’Istruzione, tenuto da De Mauro per un breve periodo tra il 2000 e il 2001, era guidato da Letizia Moratti.
Già nella sintesi di De Mauro che precede la ricerca viene messo in evidenza come il burn out colpisca, tra tutte le categorie di lavoratori dipendenti, con frequenza nettamente maggiore proprio i docenti. Citerò una sola frase dalla bella presentazione di De Mauro: “…ad Arté o a Piero Angela nessuno sogna di chiedere quel che in tanti paesi ormai si chiede agli insegnanti: caricarsi delle più varie educazioni, etica, civica, comportamentale, politica ma anche stradale, igienico-sanitaria, sessuale, alimentare, ambientale…”.
Ripeto: era il 2005! Consiglierei a tutti gli insegnanti, in particolare ai più giovani, di leggere le poche pagine di De Mauro che precedono il testo vero e proprio. Se ne ricaverà, com’è giusto, l’idea di una scuola immobile, che si contorce da decenni sugli stessi problemi che, va da sé, diventano sempre più gravi. Compreso il problema del burn out.
Nella breve Prefazione Giovanni Bollea, il famoso neuropsichiatra infantile, sottolinea l’importanza della ricerca condotta da Lodolo D’Oria: parlare di scuola ignorando il disagio dell’insegnante vuol dire parlare a vanvera.
Dal 2005 spostiamoci al 2026: che cosa è stato fatto, in un ventennio, da chi governa per affrontare il fenomeno del burn out? La risposta è semplice: niente o, almeno, niente di rilevante. Non bastano corsi di formazione che insegnino a gestire lo stress o a controllare le dinamiche che si agitano in una classe di adolescenti.
Che il problema esista è confermato da quella che è la punta dell’iceberg, i tanti, troppi casi che ci parlano di violenza all’interno delle scuole: una violenza di tutti contro tutti, che si può scatenare tra studenti, tra docenti e studenti, tra genitori e docenti. Se i dirigenti e il personale amministrativo non avessero spazi propri in cui stazionare per la gran parte del loro tempo di lavoro, senz’altro parteciperebbero con la stessa frequenza, attivamente o passivamente, alla zuffa generalizzata.
Ma al di là dei casi di cui leggiamo nelle cronache dei giornali esiste un problema quotidiano di logoramento del personale docente. Va da sé che insegnare è un lavoro che dipende molto dal contesto in cui si opera: una scuola primaria è diversa da un liceo, un liceo pone problemi diversi da quelli di un istituto professionale, le scuole della periferia di una città metropolitana sono diverse dalle scuole di provincia, quelle del Nord non somigliano a quelle del Sud se non per alcuni aspetti e via discorrendo.
La pluralità di situazioni in cui si trova chi insegna è sempre stata, ai miei occhi, la prima ragione che ha fatto sì che la scuola italiana non implodesse. In molti contesti insegnare è un lavoro che non provoca poi tanto stress: ma è pur vero che accanto a situazioni “privilegiate” (scuole collocate in contesti socio-culturali non problematici, classi non troppo numerose, edifici non fatiscenti, dimensioni in cui l’insegnante ha ancora un certo riconoscimento sociale etc.) esistono tantissime situazioni difficili ed è di quelle che ci si dovrebbe occupare.
Non mi risulta che il governo in carica abbia fatto qualcosa – oltre il decreto Caivano (i cui danni sono visibili ma di cui non mi occupo qui) e l’inasprimento di qualche misura punitiva il ministero Valditara non è riuscito ad andare. Il burn out – il primo passo del lavoratore verso la malattia vera e propria – non trova posto, né ne può trovare, nel documento di valutazione dei rischi delle singole scuole.
Non basta lo sportello psicologico a colmare quella voragine che si determina quando il rapporto tra l’insegnante e l’insieme degli studenti scricchiola, quando la perdita di autorità del docente è totale, quando nessun provvedimento punitivo si rivela efficace. Non bastano le indicazioni ministeriali o le strategie didattiche più innovative (si fa per dire) a stabilire un canale di comunicazione sano (non intasato dal rumore di fondo) tra chi insegna e chi apprende. Oggi creare tale canale di comunicazione è difficile e, in alcune situazioni, praticamente impossibile.
C’è un’altra cosa che non basta e non va fatta: scaricare sulle famiglie la responsabilità di ciò che i loro figli fanno a scuola.
Ci dobbiamo chiedere come agire per evitare che le scuole divengano luoghi conflittuali e anche per evitare che si inneschi un corso reazionario che postuli una disciplina severa come rimedio ai problemi attuali. In questo senso il ministro Valditara ha agito troppo spesso invocando le “maniere forti” (si veda il ridicolo intervento su chi farà scena muta all’esame di maturità).
Non sono le maniere forti quello di cui la scuola ha bisogno – piuttosto serve un pensiero forte rispetto alla scuola, che la emancipi da quanto di peggio è avvenuto nel XXI secolo (una per tutte: la subalternità della scuola al mondo del lavoro), che ridia fiato alla bellezza e alla gratuità del sapere, che faccia della scuola il luogo elettivo in cui gli interessi di generazioni lontane cronologicamente trovano un punto di incontro, di saldatura, di lavoro comune. Per iniziare a portare a compimento tutto questo occorre avere una visione alta ed essere convinti che la scuola sia l’istituzione sociale fondamentale per una società civile, quella che permette a tutti di ottenere ciò che il caso, che ci colloca in strati sociali diversi, non ci ha permesso di avere.
Certo è che, rispetto all’oggi, molte cose dovrebbero cambiare. Alcune sono così banali che quasi si ha vergogna a dirle. Inizio dalla più semplice: età del pensionamento troppo avanzata. 67 anni sono davvero troppi e anche sessanta, in certe situazioni, sono improponibili. La seconda: soprattutto nelle situazioni educative più complesse c’è la necessità di costituire piccoli gruppi-classe, in cui lo scambio tra chi insegna e chi apprende sia favorito al massimo. La terza: permettere ai docenti di interrompere il loro iter lavorativo con un anno sabbatico da destinarsi alla formazione e alla ricerca. La quarta: smetterla, da parte di chi governa, di cambiare le regole del gioco in corso d’opera, con riforme, riformine, riformette – tutte terreno fertile per altri provvedimenti analoghi; di conseguenza ridurre quanto più possibile il carico burocratico per gli insegnanti e smetterla di pensare che la “scuola di carta” possa mettere ordine nella scuola vera.
La quinta: permettere, per chi davvero ne avesse bisogno a causa del burn out, di accedere a posizioni lavorative che non prevedano (o che riducano di molto) l’impegno in classe né dequalifichino il lavoratore. Non vado avanti, ma di proposte così io, che non sono certo dotata dell’esperienza dei burocrati ministeriali, ne avrei ancora parecchie e tutte nell’ambito di ciò che può essere realizzato. Troppo costose? Non è vero: abbiamo appena subìto un piano scuola legato al PNRR che ha impiegato più di 2 miliardi di euro da spendere in tecnologia, vale a dire da impiegare per l’acquisto di materiali ad obsolescenza veloce. Molto meglio sarebbe stato pensare a migliorare davvero la condizione di chi a scuola lavora e studia.
Se non ci si muove verso una fattiva presa d’atto che il disagio negli insegnanti esiste si andrà avanti così, spingendo i più fragili verso il crollo nervoso o la malattia e non garantendo agli studenti un insegnamento adeguato.
Vittorio Lodolo D’Oria ha lavorato in passato nel Collegio Medico che doveva decidere dell’idoneità dei lavoratori allo svolgimento della loro funzione lavorativa. In tredici anni ha osservato e raccolto il materiale poi pubblicato in quel testo del 2005, di cui parlavo all’inizio dell’articolo: Scuola di follia. Da quel volume traggo l’informazione (confermata negli anni) che tra i dipendenti pubblici che chiedono l’inabilità al lavoro gli insegnanti risultano essere al primo posto per patologia psichiatrica. Non dimentichiamo che il burn out apre la porta verso malattie mentali e fisiche gravi, come confermano le statistiche.
Sempre da Scuola di follia prendo di peso una conclusione che è anche la mia: del disagio di cui abbiamo parlato si deve far carico la comunità tutta, “perché nessuno può chiamarsi fuori quando ad essere coinvolta è la scuola”. Ma è soprattutto un carico che si deve assumere, con serietà, chi governa.