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Aggiornato il 15.12.2025
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Latino alla scuola media? Secondo il Ministro, Gramsci avrebbe apprezzato. Saragnese, studioso del suo pensiero: “Non è proprio così!” [INTERVISTA]

Reginaldo Palermo

A proposito dell’insegnamento del latino alla scuola secondaria di primo grado, in più di una occasione il ministro Valditara ha spiegato che non si tratta affatto di una idea da “conservatori” perché persino Gramsci era favorevole.
Ne parliamo con il professore Luigi Saragnese, già docente di italiano e storia in un liceo torinese e componente del Comitato scientifico della Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci.

Professore, il ministro Valditara continua a sostenere che anche Gramsci voleva l’insegnamento del latino per dare a tutti i giovani, anche ai figli degli operai e dei contadini, strumenti culturali adeguati. Lei è uno studioso della pedagogia gramsciana, a cui ha dedicato libri e articoli. Ha ragione il ministro?

In un’intervista a Il Giornale del 15 gennaio 2025, Valditara ha affermato: «Non voglio scomodare Antonio Gramsci, che diceva che il latino insegna a studiare».In realtà, il ministro falsifica il pensiero del grande dirigente comunista attraverso una lettura intenzionalmente fuorviante delle note di Gramsci sull’argomento. Una lettura che tende a trasformare in senso comune l’interpretazione secondo cui Gramsci non solo fosse favorevole all’insegnamento del latino, ma lo ritenesse addirittura una materia “assolutamente formativa”.

E come stanno davvero le cose?

Gramsci criticava la diffusione delle «scuole professionali specializzate, predicate come “democratiche”, fin dall’inizio della carriera degli studi», che tendevano «ad eternare le differenze tradizionali». Il suo progetto di scuola mirava a superare sia la visione della vecchia scuola classista “disinteressata” — espressione di una tradizione umanistico-retorica funzionale alla riproduzione delle classi dirigenti — sia il sistema delle scuole popolari e professionali riservate ai figli di operai e contadini.

Quindi c’è di mezzo una diversa concezione di scuola…

Esattamente. Per Gramsci la questione del latino non è “tecnica”, ma riguarda l’idea complessiva di scuola. Scrive infatti: «Non si imparava il latino e il greco per parlarli, per fare i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali. Si imparava per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli. Ciò non vuol dire (e sarebbe inesatto pensarlo) che il latino e il greco, come tali, abbiano qualità intrinsecamente taumaturgiche nel campo educativo. È tutta la tradizione culturale, che vive anche e specialmente fuori della scuola, che in un dato ambiente produce tali conseguenze. Si vede, d’altronde, come, mutata la tradizionale intuizione della cultura, la scuola sia entrata in crisi e sia entrato in crisi lo studio del latino e del greco».

Quindi la posizione di Gramsci sul valore formativo del latino e del greco è più articolata di quanto dica il ministro?

Direi proprio di sì. Gramsci afferma chiaramente: «Bisognerà sostituire il latino e il greco come fulcro della scuola formativa e lo si sostituirà, ma non sarà agevole disporre la nuova materia o la nuova serie di materie in un ordine didattico che dia risultati equivalenti di educazione e formazione generale della personalità». Non c’è in Gramsci alcuna nostalgia per la vecchia scuola umanistica. Il riferimento al latino è piuttosto un epitaffio, che celebra ciò che quella scuola è stata e che non può più essere, poiché è mutata la realtà sociale. Gramsci conclude infatti che è necessario «sostituire il latino e il greco come fulcro della nuova scuola».

Ma allora perché Valditara racconta una storia diversa?

Si tratta di sciocchezze che il ministro Valditara propina ciclicamente, nella convinzione — che era già di Goebbels — che ripetendo una falsità un certo numero di volte e con sufficiente convinzione essa finisca per essere accettata come verità. Le bugie del ministro vanno quindi lette come un tentativo di trovare, falsificando il pensiero di Gramsci, un appiglio teorico al suo modello di scuola, fondato su un ritorno al passato e ispirato ai ministeri democristiani degli anni del centrismo.

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