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L’editoria governa la didattica?

Mi chiedo spesso se la didattica sia ancora in mano a chi ne ha competenza, o se invece sia nelle mani degli editori delle case editrici che pubblicano i testi scolastici.

La realtà dei fatti è questa: se presenti a una casa editrice un testo didattico che non si allinea alla sua linea editoriale e ai suoi cataloghi, quel prodotto non viene nemmeno preso in considerazione.  
Non importa se dietro c’è uno studio attento, una ricerca solida, il riferimento a nomi importanti della scienza didattica. Se non rientra nella griglia commerciale, non esiste.

E così si entra in un circuito chiuso in cui non cambia niente.  
Si ripropongono gli stessi schemi, le stesse logiche, le stesse promesse. Cambiano le copertine, ma non cambia la sostanza. La didattica gira su se stessa, mentre fuori dall’editoria la ricerca va avanti.
La didattica non dovrebbe nascere da una scelta di mercato. Dovrebbe nascere da una domanda vera: _come si impara meglio?_  

Le metodologie rappresentano l’approccio pedagogico globale, il “perché” e il “come” insegnare. Le strategie sono i piani d’azione concreti adottati ogni giorno in aula. Entrambe hanno un solo obiettivo: promuovere un apprendimento attivo e partecipato.
Quando però a decidere cosa arriva nelle scuole sono i cataloghi e non la ricerca, il rischio è che la metodologia diventi un contenitore vuoto. Si riempie di copertine accattivanti, ma si svuota di senso.

La didattica fatta da chi ha competenza parte dall’osservazione dell’alunno, non dalla pagina del listino.  
Parte dal capire che ogni mente ha i suoi tempi, che le regole devono essere chiare per diventare automatiche, che l’inclusione non è un adesivo da mettere in copertina ma una struttura da costruire dentro il testo.

Per cambiare davvero servono tre cose:
1. Spazi editoriali aperti a sperimentazioni validate, non solo a prodotti allineati al catalogo.  
2. Tavoli di lavoro misti: insegnanti, logopedisti, ricercatori e editori, che decidano insieme cosa entra in adozione.  
3. Il coraggio di valutare i testi non solo sul venduto, ma sull’impatto reale in aula.

Finché questo passaggio non tornerà al centro, continueremo a confondere l’innovazione editoriale con l’innovazione didattica. E sono due cose molto diverse.

Manuela Fusco 

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