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Lezioni d’arabo a scuola e paccottiglia razzista

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Lezioni d’arabo e islam nelle elementari di San Felice sul Panaro, presso Modena. Le terranno la domenica dalle 9,00 alle 12.30 (dunque in orario extrascolastico) i volontari magrebini dell’associazione “La Pace” per circa 50 bimbi arabi e nordafricani dai 6 anni ai 14. Il Consiglio d’Istituto della Scuola approva.

La notizia, data il 9 gennaio scorso dall’Ansa, è subito rimbalzata da una testata all’altra (tra cui la nostra), sollevando un polverone di dichiarazioni politiche che nulla hanno a che fare con la realtà.

Contrarie, ovviamente, le Destre. A cominciare dal capogruppo di Forza Italia nella Regione Emilia-Romagna Andrea Galli, il quale così tuona: «Una decisione che calpesta ogni concetto di integrazione e di sana accoglienza. A chi viene ospitato nel nostro Paese dobbiamo insegnare lingua, religione e tradizioni italiane: non il contrario. Questo stravolgimento di valori, questo calpestare ogni minimo spiraglio di buonsenso, quest’arroganza nel perseguire un concetto deviato d’accoglienza forzata è uno dei motivi per cui la sinistra che Governa i nostri territori sta perdendo consensi». E Tommaso Foti, vicepresidente dei deputati di Fratelli d’Italia, definisce l’iniziativa “folle” e annuncia interrogazioni al Ministro Bussetti: «Rimaniamo basiti dalla decisione del Consiglio di istituto. L’integrazione e l’accoglienza sono principi importanti, ma chi arriva in Italia e qui vuole rimanere dev’esser disponibile a recepire quelle che sono le nostre tradizioni, la nostra cultura, la nostra lingua».

In mezzo alla notizia

Fantasie xenofobe e realtà

In realtà gli organizzatori non intendono affatto catechizzare i bambini all’islam (che chiamano “religione di pace”), ma, al contrario, impedire che i figli d’immigrati siano indottrinati da chi fa dell’islam una bandiera di radicalismo guerrafondaio antioccidentale. In un’intervista, riportata dalla testata online ultimissimemodena.it, il Presidente dell’Associazione Islamica, Abdellah Alioui, ha dichiarato che la richiesta alla Scuola è stata avanzata per favorire l’accesso a bimbi che altrimenti avrebbero dovuto spostarsi di 10 km se l’iniziativa si fosse svolta nel centro islamico più vicino. Ha anche assicurato che il crocifisso, qualora presente, non verrà tolto dalle pareti della scuola: «Io ho fatto tutto il mio percorso scolastico nella scuola pubblica italiana e il crocifisso non mi ha mai dato alcun problema. Ritengo che chi ha una fede, qualsiasi essa sia, punta a riconoscere i simboli religiosi altrui. Penso che la cosa, semmai, potrebbe infastidire chi non si riconosce in alcun tipo di religione. Ma non è il nostro caso…»

Il crocifisso come arma

Proprio così: in Italia, Paese che non brilla per l’attaccamento dei cittadini alla laicità dello Stato, non ci s’indigna che nella Scuola Statale (l’unica che possa a buon diritto definirsi pubblica) s’insegni nelle ore curricolari una religione (una sola, quella che il fascismo definiva “di Stato”); però ci si offende se, in ore extracurricolari, un’associazione di volontariato insegni agli immigrati la loro cultura onde evitare che essa venga loro insegnata (del tutto travisata) da integralisti in odore di guerra santa. Non ci si arrabbia, però, al vedere un solo segno religioso nelle aule (il crocifisso, reso obbligatorio dai Regi Decreti 965/1924 e 1297/1928, ai sensi dello Statuto albertino, durante il Ventennio), sebbene l’articolo 3 della Costituzione repubblicana del 1948 sancisca l’uguaglianza degli individui a prescindere dalla religione, e dunque obblighi a non mettere nessun simbolo religioso negli edifici dello Stato (o, in alternativa, a metterli tutti, che sarebbe tanto grottesco quanto irrealizzabile).

Integrarsi senza dimenticare le radici (per non travisarle)

«Il nostro obiettivo», prosegue Alioui, «è insegnar l’arabo a bimbi d’origine arabofona, che già hanno un po’ di conoscenza della lingua. Poi è ovvio che non si chiudono le porte a nessuno… Io stesso, che sono in Italia da 25 anni, ho imparato l’italiano a scuola; l’arabo lo parlavo a casa, ma ho imparato a scriverlo e a leggerlo “a tempo perso”, grazie a un progetto molto simile a questo. È quanto potranno fare anche i 50 bimbi – sono questi i numeri – che da domenica prossima, per circa 3 ore, approfondiranno la conoscenza della loro lingua d’origine. Non vogliamo assolutamente ridurre le ore di scuola, né tanto meno quelle d’italiano, anzi, fosse per noi ne chiederemmo di più: ci teniamo infatti che chi si trova sul territorio abbia la possibilità di confrontarsi con la realtà locale esprimendosi e conoscendo la lingua del posto».

Non sono slogan da esagitato panarabista pronto alla jihad contro gli “infedeli” della bassa padana. Sono le parole di una persona colta, intelligente, pacifica, che vuole aiutare gli immigrati, la loro cultura e la loro integrazione. Per questo il Consiglio d’Istituto della Scuola che ospiterà le lezioni domenicali (composto, come tutti i Consigli d’Istituto della Penisola, da genitori, docenti e altro personale scolastico) ha dato il suo assenso alla “folle iniziativa”. Tutto il resto è — se non noia — fuffa.