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Limite alunni stranieri: i Comuni fanno sul serio

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Potremmo chiamarle prove tecniche di classi con alunni stranieri a numero contenuto: sono le sperimentazioni che alcuni Comuni italiani stanno realizzando in queste settimane dopo aver trovato i primi accordi tra le amministrazioni e i responsabili dell’istruzione locale al fine di evitare la concentrazione di troppi alunni con nazionalità non italiana.
Quella di porre un limite al numero di alunni stranieri, peraltro anche al vaglio anche della Commissione Ue, comincia ad essere un’esigenza molto sentita. A livello nazionale la presenza di alunni e studenti di altra nazionalità supera solo in alcuni casi il 10% (complessivamente siamo attorno ai 700mila iscritti) con punte – in alcuni centri del Centro-Nord – che sfiorano il 25%. In alcune zone il problema quindi è tangibile. E sta assumendo contorni sempre più difficili da gestire senza norme chiare e condivise.
Così questi amministratori hanno cominciato a guardarsi attorno, a dialogare e confrontarsi: l’obiettivo è stabilire, almeno in certi casi, una linea condivisa da proporre al Ministero. Significativo, in questa direzione, quanto è accaduto nella serata del 9 febbraio a Roma, dove si sono incontrati l’assessore alle Politiche Educative scolastiche, della Famiglia e della Gioventù, del Comune della capitale, Laura Marsilio, e l`assessore all`Istruzione e Politiche Giovanili, del Comune di Vicenza, Alessandra Moretti. Partendo dal testo dei rispettivi accordi, che limitano il numero di alunni non italiani, i due assessori hanno soprattutto cercato che per mettere a punto un’iniziativa condivisa attorno a cui coinvolgere anche viale Trastevere: allargando in questo modo la responsabilità di bloccare ulteriori iscrizioni di alunni stranieri non più solamente alle singole amministrazioni, agli uffici scolastici regionali ed ai dirigenti scolastici. Se anche il Miur, meglio ancora se sulla base di una legge approvata in Parlamento (anche se i tempi non sarebbero certo brevi), si esprimesse si potrebbe davvero arrivare ad una soluzione condivisa: anche perché sinora ogni Comune ha scelto di fare come crede meglio.
Emblematico quello che è accaduto sempre a Roma, dove, sulla spinta di alcune famiglie, la scorsa settimana il VI municipio ha raggiunto un accordo con l’Ufficio scolastico regionale per il Lazio, l’Assessorato alle politiche educative scolastiche del Comune, il Dipartimento XI ed i propri istituti scolastici del primo ciclo. Istituti che, a livello primario, si caratterizzano per la presenza di un numero altissimo di stranieri. Tanto che in alcune classi della scuola primaria Carlo Pisacane, nel quartiere di Tor Pignattara, gli alunni italiani sono diventati la netta minoranza. Per qualcuno la sproporzione sarebbe tale da meritare il record europeo di iscritti di nazionalità diversa concentrati in un solo istituto.
L’amministrazione circoscrizionale capitolina, che fa capo alla sinistra, non se l’è tuttavia sentita di applicare un tetto di alunni stranieri per ogni classe: questo avrebbe significato la sicura esclusione dal diritto di istruzione pubblica di tantissimi bambini non italiani. L’accordo raggiunto non prevede che iscrizioni degli alunni vengano effettuate in maniera meccanica: nei casi di sproporzione si chiederà ai genitori ad iscrivere i propri figli nelle scuole più vicine allo loro abitazione. Ed accogliendo con riserva le iscrizioni degli alunni fuori zona. Una sorta di scambio ragionato che dovrebbe permettere di non scontentare nessuno. Certo, si tratta di una soluzione molto diversa da quella di fissare, come invece è stato fatto a Vicenza, il limite di un alunno straniero per ogni due italiani iscritti. Un accordo, peraltro, già avallato da alcune amministrazioni leghiste, come quella di Chiarano in provincia di Treviso, ma anche in alcuni Comuni del Trentino, della Valle D’Aosta ed di Sanremo. Forse, però, trattandosi di bambini, ed alla luce delle profonde differenze di concentrazioni di stranieri a seconda dei Comuni, a volte dei municipi, probabilmente varrebbe la pena di valutare la situazione di volta in volta. E forse mai come in questo caso il silenzio del Ministero potrebbe risultare la scelta più opportuna.