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L’uguaglianza non è inclusione

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Sono un insegnante della Scuola Primaria e ho a che fare giornalmente con l’inclusione.

Si tratta di un termine molto inflazionato in questo periodo, di solito si pensa ad esso associandolo alla disabilità, ma niente di più errato; gli insegnanti hanno a che fare con l’inclusione per il solo fatto di entrare in una classe composta da un insieme di individui tutti differenti tra loro; già per il fatto di appartenere al genere maschile o femminile si è diversi, per non parlare poi delle differenze nella struttura fisica, nelle modalità di approccio verso l’altro, nel funzionamento cognitivo, dell’appartenenza a diversi contesti sociali ed economici.

Proprio da questa diversità nasce il bisogno di inclusione, indipendentemente dalla presenza o meno della disabilità nella classe.

Può sembrare ovvio, ma non lo è perché una richiesta, che spesso ricevo da parte di genitori e alunni, è quella di uguaglianza: perché lui sì e io no?

Perché a Paolino è consentito di utilizzare la calcolatrice e a mio figlio no?

Perché Maurino e Silvietta utilizzano le penne e il resto della classe ancora le matite? Sono tutte richieste che esprimono un desiderio di uguaglianza, di pari trattamento, come se l’uguaglianza, più rassicurante e livellate, fosse garanzia di equità. Sappiamo che non lo è.

Negli anni mi sono servita di un esempio, ispirato a un’immagine presa da internet, per spiegare questi concetti ai miei alunni.

Supponiamo che tre bambini di statura differente debbano guardare una partita dal retro di una staccionata.

Due di loro sono più bassi della staccionata e non vedono, solo uno è più alto e riesce a vedere la partita. Supponiamo di volergli dare un aiuto uguale.

Consegno a ciascuno di loro una cassetta della stessa misura in modo che salendoci sopra riescano a vedere la partita.

Il primo bambino, che già riusciva a vedere, non ha ottenuto nessuna utilità dall’aiuto ricevuto. Il secondo bambino, che non vedeva, ora, grazie all’aiuto ricevuto, riesce a vedere. Il terzo bambino, il più basso di tutti, nonostante l’aiuto ricevuto, non riesce ancora a vedere.

Supponiamo a questo punto di togliere la cassetta al bambino più alto e consegnarla al bambino più basso, dandogli di fatto un doppio aiuto e togliendolo completamente al primo bambino. In quest’ultimo caso tutti e tre i bambini riusciranno a vedere la partita.

Cosa abbiamo fatto? Sicuramente non li abbiamo trattati in maniera uguale, ma abbiamo valorizzato le caratteristiche specifiche di ciascuno (in questo caso la caratteristica fisica dell’altezza), fornendo aiuto in base ai bisogni di ognuno di loro.

Questo esempio tradotto nella pratica quotidiana si chiama inclusione: non uguaglianza, uniformità e livellamento, ma valorizzazione delle diversità, delle differenze, delle caratteristiche proprie di ciascuno.

In sostanza per fare inclusione occorre valorizzare, far vivere ed esprimere la normalità nella diversità perché io, tu e voi non siamo gli altri e gli altri non sono noi.

Maria Francesca Deplano