Home Attualità Maneskin, “Zitti e buoni”: un segnale ai docenti?

Maneskin, “Zitti e buoni”: un segnale ai docenti?

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  • GUERINI

E’ passato, sotto silenzio, il riferimento alla scuola dei vincitori di Sanremo, i Maneskin, nella loro canzone “Zitti e buoni”.

Subito dopo l’annuncio della vittoria, hanno infatti dichiarato: “La dedichiamo a quel prof che ci diceva sempre di stare zitti e buoni”.
Non tutti, a leggere le cronache, andavano benissimo a scuola. Soprattutto il frontman del gruppo Damiano David, di 21 anni, uno in più degli altri della band, il quale sembra sia stato bocciato tre volte al Liceo Linguistico.
Non ho trovato il nome del docente coinvolto.

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Di sicuro, il riferimento al mondo della scuola non è una novità per i ragazzi ventenni. Parlo, ad esempio, di Francesca Michielin, seconda classificata, assieme a Fedez, alla gara canora sanremese.
Perchè sono quasi dieci anni che Francesca sta seguendo la sua strada, anche lei, come i Maneskin, lanciata sul grande palcoscenico da X Factor.
Ebbene, Francesca si può dire che, invece, ha avuto modo di riconoscere il valore dell’esperienza scolastica come basilare, assieme alla sua famiglia e all’ambiente giovanile del suo quartiere bassanese, al suo percorso.

Tanto da scegliere proprio il suo Liceo, dopo il secondo posto, sempre a Sanremo, nel 2016, per il tour che l’ha portata alla sfida dell’Eurovision Song Contest a Stoccolma, dopo la rinuncia degli Stadio.

Il preside Gianni Zen con Francesca Michielin quando era studentessa

Dunque, i giovani di oggi e la scuola.

Per i ragazzi, non solo di oggi, la musica si può dire che rappresenti una speciale modalità di riconoscimento di un proprio percorso di vita. Perchè la musica sa andare al cuore, stuzzicare le emozioni, scuotere i sentimenti.
La musica, così, per alcuni può diventare scelta di vita, per la gran parte accompagnare le proprie scelte di vita.

Ma, lo sappiamo, anche questa passione potrà avere un futuro solo se assieme al talento ci sarà anche la fatica dello studio, dell’approfondimento, e, attraverso lo studio, l’apertura ai diversi linguaggi e, dunque, ai diversi modi di essere della realtà.
Può la scuola essere accusata di non fare la propria parte, come il titolo del pezzo dei Maneskin sembra dire?

Di solito rispondo, di fronte ad una incomprensione o ad una situazione critica (come una bocciatura od un brutto voto), che tutto fa esperienza di vita, che si impara che la vita non è tutto rose e fiori, anche se poi faccio di tutto perchè le difficoltà scompaiano.
Certo, la scuola è chiamata a fare la sua parte, sapendo che i bambini, i ragazzi ed i giovani non sono “dei vasi vuoti da riempire, ma dei cuori da riscaldare”, come ci ripetiamo spesso.

Ma la scuola, educativamente, non è il primo attore. Perchè prima c’è la famiglia, come c’è anche il quartiere, il contesto sociale, e quello culturale, cioè la sensibilità di un dato tempo storico.
La scuola, lo sappiamo, ha il compito di mediare tra questi diversi contesti, ma cercando, poi, di orientarli verso una finalità formativa, a seconda degli ordini di scuola e degli indirizzi di studio. Il motivo è noto: attraverso lo studio noi chiediamo ai bambini, ai ragazzi e ai giovani di problematizzare le tante facce di immediatezza che la vita ci presenta, per andare sempre “oltre”, per scoprire, e poi per conoscere, con risultati che devono rendere competente lo studente, la complessità della realtà.

Cosa sono, ad esempio, le materie di studio se non finestre sul mondo, il quale rimane sempre sospeso tra apparire ed essere, tra unità e molteplicità, tra attualità e potenzialità, tra ragioni, emozioni, desideri, sentimenti e bisogni.
Per questo, ci diciamo che la scuola è una palestra di vita, ma non l’unica, perchè prima viene sempre la responsabilità della famiglia.

Ogni docente a scuola in realtà cosa fa, al di là della disciplina che insegna? Sollecita, sprona, problematizza, a sua volta, le opinioni, i saperi, le presunte certezze che il passato, lontano e vicino, ci propone, cercando assieme, di volta in volta, il vero, il giusto, il buono, il bello.
Ogni docente, anzitutto, è un suscitatore di coscienza, perchè poi ogni ragazzo si senta conosciuto e riconosciuto, ma secondo una sua responsabilità.

Perchè il cuore della libertà, tanto cercata da ragazzi, e si spera in ogni fase della vita, è appunto la responsabilità, l’assumersi diritti e doveri. Per questa ragione ci diciamo spesso che a scuola si impara l’essere cittadini di questo mondo.

I Maneskin, con questo pezzo, hanno lanciato un allarme, quasi a dire che il dialogo deve restare la stella polare, ma poi il dialogo deve tradursi, appunto, in impegno quotidiano, anche nel sano sudore dello studio, cioè della scoperta e dell’analisi di cose che, da un primo impatto, sembravano lontane e astruse, mentre poi si rivelano il cuore della realtà.
Questa è la scuola, la quale non è un social, né un mero piano orizzontale senza punti di riferimento, come la Rete, ma un ambiente nel quale le persone, come si diceva, ognuno per la propria parte sono chiamate a conoscersi e soprattutto a riconoscersi.

Per crescere assieme, secondo un pensiero positivo ed aperto.

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