La “nuova” maturità nasce esattamente 57 anni fa con il decreto legge n. 9 del 15 febbraio 1969 voluto dal Governo di allora (il ministro della Pubblica Istruzione era il democristiano Fiorentino Sullo) per tentare di “dialogare” in qualche modo con il movimento degli studenti che, proprio in quelle settimane, stava arrivando al culmine della propria capacità di iniziativa.
Il decreto, convertito in legge nel mese di aprile, cambiava radicalmente l’impostazione dell’esame orale che veniva definito “un colloquio, nell’ambito dei programmi svolti nell’ultimo anno” e che verteva “su concetti essenziali di materie o di gruppi di materie fra loro coordinate”.
“Il colloquio – stabiliva la norma – si svolge su due materie o gruppi di materie, rispettivamente scelti dal candidato e dalla commissione esaminatrice, e comprende la discussione degli elaborati”.
“A richiesta del candidato – precisava il decreto – il colloquio può svolgersi anche su altra materia di insegnamento”.
La norma prevedeva espressamente: “Con ordinanza da emanare nella prima quindicina di aprile, il Ministro per la pubblica istruzione stabilisce … non più di quattro materie o gruppi di materie, diverse da quelle delle prove scritte, che possono formare oggetto del colloquio”.
Ad aprile 1969, quindi, vennero rese note le 4 materie che avrebbero potuto far parte del colloquio finale.
E veniva anche chiarita la modalità di scelta delle materie che sarebbero state effettivamente oggetto del colloquio.
“a) giornalmente, all’atto dell’appello, ciascun candidato indicherà la materia prescelta;
b) prima che abbia inizio il colloquio, la commissione giudicatrice delibera, per ciascun candidato, sulla scelta fra le residue tre materie; la delibera è adottata a maggioranza. In caso di parità, prevale il voto del presidente.
Il colloquio si apre con la materia scelta dal candidato”.
La maturità del 1969 è passata alla storia come la “maturità facile dei sessantottini” che spesso – sempre secondo la vulgata in stile “settimana Incom” – prevedeva spesso il “voto politico” e persino l’”esame di gruppo”.
Proviamo però a mettere a confronto la maturità facile del 1969 con quella severa e meritocratica del 2026 sulla base dei dati e non sulla base delle narrazioni del Calendario di Frate Indovino
| ESAME FACILE DEL 1969 | ESAME MERITOCRATICO DEL 2026 | |
| n. prove scritte | 2 | 2 |
| n. materie colloquio individuate dal ministero | 4 (di cui una era comunque italiano) | 4 (di cui 2 sulle materie della prova scritta) |
| data in cui si conoscono le materie scelte dal ministero | aprile | fine gennaio |
| scelta materia da parte dello studente | inizio esame orale | non prevista |
| scelta materia da parte della commissione | giorno del colloquio | non prevista |
Bisogna poi fare anche un’altra considerazione: la “maturità facile” fatta su misura per i sessantottini arrivava dopo decenni di “maturità gentiliana” e quindi era ancora piuttosto selettiva, soprattutto nei licei.
Il voto veniva attribuito in 60esimi e in moltissime scuole i voti più alti si attestavano intorno al 48 (che corrispondeva a 8/10 che fino all’anno precedente era riservato ai migliori in assoluto, e cioè a liceali che sarebbero poi diventati docenti universitari, primari di cliniche prestigiose, o editorialisti di grido).
Con la maturità di oggi, una parte non indifferente del punteggio finale è legata al curriculum degli ultimi tre anni e quindi risulta meno difficile ottenere un voto finale alto.
Insomma, parlare di maturità facile dei sessantottini sembra quasi un modo per avvalorare la “narrazione” di una maturità più seria e rigorosa. Ma, almeno per ora, non ci sono prove che questa maturità sia davvero in grado di valutare con maggiore accuratezza competenze e conoscenze degli studenti.
E neppure se possa davvero servire, come sostiene il Ministro, a verificare davvero il grado di maturità complessiva dello studente.
Ma, ovviamente, come si dovrebbe fare in questi casi, attendiamo di avere dati precisi per poter dare un giudizio.