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Aggiornato il 19.01.2026
alle 12:02

Metal detector a scuola: possono servire come dissuasione, ma la comunità scolastica ha un’altra mission. A Pordenone un preside scrive a docenti e studenti

Reginaldo Palermo

Questa mattina sento il bisogno di rivolgermi all’intera comunità del Kennedy – studenti, docenti, personale – dopo il fatto gravissimo avvenuto ieri in una scuola di La Spezia, dove uno studente è stato accoltellato da un altro studente all’interno di un luogo che dovrebbe essere, per sua natura, spazio di cura, di crescita, di protezione”: si apre con queste parole il messaggio che Piervincenzo Di Terlizzi, dirigente scolastico del tecnico Kennedy di Pordenone, ha indirizzato agli studenti, ai docenti e alle famiglie della sua scuola.

Eventi come questo – prosegue il dirigente – ci lasciano disarmati, quasi impotenti: vorremmo cancellarli, vorremmo che non fossero mai accaduti, ma sappiamo che non è possibile. Di fronte a fatti così, la tentazione è chiudersi o cercare risposte semplici a problemi che semplici non sono. E invece credo che l’unica cosa che davvero ci è data sia continuare, giorno dopo giorno, a lavorare dentro la comunità e dentro noi stessi”.

“Dobbiamo continuare a imparare a parlarci davvero – aggiunge il preside –  di come stiamo, di ciò che sentiamo, delle emozioni che a volte non sappiamo nominare e che, se non ascoltate, possono trasformarsi in rabbia o violenza. Educare le emozioni non è un compito secondario: è parte essenziale del diventare persone adulte e responsabili”.

Ma – conclude Di Terlizzi – dobbiamo porci anche “una domanda più profonda, che attraversa la storia della civiltà: come custodire la vita dell’altro, come rispondere al male senza riprodurlo, come scegliere ogni giorno la via della responsabilità e della pace. La scuola non può impedire tutto il male. Ma può scegliere, ogni giorno, da che parte stare. Noi scegliamo di stare dalla parte della parola, della relazione, della cura, della crescita”.

E al preside abbiamo chiesto cosa lo abbia spinto a mettere nero su bianco e ad inviare a tutta la sua comunità questo messaggio.
“La verità – ci spiega – è che la mattina successiva al drammatico evento, quando sono arrivato a scuola, tutti ne parlavano a partire dai docenti in aula insegnanti; ma poi ho saputo che ne parlavano gli studenti e che in diverse classi se ne discuteva. E quindi mi è sembrato necessario intervenire per esprimere anche in modo formale il punto di vista della direzione della scuola”.
A Di Terlizzi abbiamo anche chiesto cosa ne pensa della proposta di installare metal detector all’ingresso delle scuole.
“Potrei rispondere con le parole che ha usato lo psicologo Matteo Lancini intervistato dal GR1: mi sembrano parole ed espressioni usate da adulti per altri adulti. Voglio dire che mi sembrano affermazioni fatte soprattutto per rassicurare l’opinione pubblica. Non escludo che metaldetector  ed altre misure analoghe possano avere una funzione di dissuasione, ma io credo che la scuola e gli insegnanti dovrebbero usare strumenti diversi, di natura educativa: la nostra mission è questa”.

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