Che depressione passeggiare sul lungomare ed incrociare di continuo ragazzi che sfrecciano in bici irradiando ad alto volume musica rap. Lo ammetto. Alla base del mio fastidio, vi sono due motivi. Il primo è l’indebita invasione dello spazio sonoro comune e la pretesa d’imporre agli altri le proprie scelte musicali, qualunque esse siano. Oltre naturalmente alla ricerca narcisistica di visibilità ed affermazione di sé e del proprio gruppo.
Il secondo motivo di ripulsa è invece relativo al tipo di musica ed ai suoi messaggi. È evidente, infatti, che nel rap, oltre all’esaltazione del successo facile, al culto dell’apparenza, alla violenza verbale, è presente una martellante ed oscena allusione sessuale che ferisce ed ottenebra la dignità della persona. E dire che i nostri bambini ascoltano questa robaccia fin dai primi anni delle elementari, nei corridoi scolastici e sui pulmini. Una vera e propria destrutturazione della bellezza del mondo e dell’universo sociale ed affettivo. Educatori svegliamoci! Molti pensatori, a proposito della nostra epoca, parlano di assenza di punti di riferimento, di presente senza futuro e, di conseguenza, di identità fragile, di ricerca continua di emozioni e di difficoltà ad attribuire un senso stabile alla vita ed un significato positivo al mondo.
Diciamolo. La musica è altra cosa. Secondo la sensibilità universale, alla quale siamo abituati, a cosa serve la musica se non ad elevare lo spirito, a comunicare emozioni positive, relative alla bellezza della vita ed alla grandezza della persona? Se, invece, un brano esalta violenza, pornografia, odio o disprezzo della dignità umana, difficilmente può essere considerato un contributo alla crescita della persona e della società. Specie se questi messaggi raggiungono un bambino a sei anni di distanza dal suo ingresso nel mondo.
Una cosa è certa. Nel rap si riflettono il disagio giovanile, la ricerca d’identità di ragazzi immaturi, ma soprattutto, come sostengono molti, un diffuso vuoto esistenziale. Da questo punto di vista, il rap rappresenta lo specchio perfetto della società attuale relativista e nichilista, tentata di cancellare con un colpo di spugna il passato, senza avere gli strumenti culturali per valutarlo ed apprezzarlo. Per la nostra cultura vale piuttosto la considerazione di Friedrich Nietzsche: “Che cosa significa il nichilismo? Che i valori supremi perdono ogni valore. Manca il fine; manca la risposta al ‘perché’”.
Certamente, sarebbe eccessivo estendere un giudizio negativo a tutto questo genere musicale. Il rap nasce anche come forma poetica ritmica di racconto e denuncia, e alcuni suoi autori hanno prodotto testi di notevole valore umano e letterario. Penso, ad esempio, a Jovanotti… Tuttavia, il problema del rap commerciale, quello ascoltato dai nostri ragazzi, è che in esso non si offre una risposta al disagio, ma ci si limita a descriverlo e persino ad esaltarlo.
È terribile quanto sto per affermare. Sembra quasi che l’attuale mondo giovanile – e non solo giovanile – per uscire dalla stupidità di una litania senza senso, qual è il rap, abbia bisogno di un’esperienza forte, epica, tragica, come una guerra globale. Anche dell’antico mondo romano, opulento ed annoiato, che banchettava ignaro della nube oscura dell’invasione barbarica che si addensava all’orizzonte, un padre della Chiesa del Quinto secolo, Salviano di Marsiglia, ebbe a scrivere: “Moritur et ridet” (Muore e ride).
Questo nostro mondo che si annebbia e si disintegra, di giorno in giorno, sotto i nostri occhi ha bisogno non di emozioni droganti, ma di un rinnovato atteggiamento di meraviglia, verso la vita e tutto ciò che esiste. Di riscoprire l’ottimismo ontologico che nasce da una visione del mondo basata sull’accoglienza, il rispetto, la bontà. Per cui, come afferma Tommaso d’Aquino, “Tutto ciò che esiste è, per ciò stesso, buono”. Anzi, vero, buono, bello.
Questo mondo ha bisogno di un rinnovato senso del mistero e dell’assoluto. Perché, come insegnava Paolo VI, “Non c’è umanesimo vero se non è aperto verso l’assoluto”. E teniamo a mente la lezione psicologica di Gustav Jung: “Ho spesso visto persone diventare nevrotiche per essersi accontentate di risposte inadeguate, o sbagliate ai problemi della vita. Cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro e rimangono infelici e nevrotiche anche quando hanno ottenuto tutto ciò che cercavano. Persone del genere, di solito, sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto. La loro vita non ha sufficienti contenuti, non ha significato. Se riescono ad acquistare una personalità più ampia generalmente la loro nevrosi scompare”.