Neet, come è noto, e l’acronimo di «Not in Education, Employment or Training», ovvero persone che né studiano né lavorano. L’Italia, stando ai dati Istat, ha un triste primato registrando una delle percentuali più alte d’Europa. Nella fascia 15-29 anni (che contata poco meno di 9 milioni di persone) i Neet sono il 15,2% e dietro l’Italia c’è solo la Romania con il 19,4%. La media Ue è dell’11% e l’obiettivo per il 2030 è di arrivare al 9%.
Ai neet sono stati dedicati, recentemente, due importanti azioni di ricerca.
La prima è connessa alla nascita dell’osservatorio permanente creato dalla Fondazione GiGroup in partnership con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, in collaborazione con ZeroNeet – il programma di contrasto al fenomeno dei Neet promosso da Fondazione Cariplo – e Fondazione Compagnia di San Paolo. L’Osservatorio si chiama Dedalo (https://fondazione.gigroup.it/dedalo/ )ed è una piattaforma interattiva che raccoglie dati, informazioni e buone pratiche.
Rossella Riccò, responsabile Centro Studi Fondazione Gi Group ha riassunto per Il Corriere della Sera una prima tipologia di Neet:
Lo studio Dedalo mostra poi come tra le donne la quota di «né studio né lavoro» sia molto elevata. Inoltre la differenza percentuale rispetto ai maschi cresce con l’età: nella fascia 15-19 anni i la percentuale di «neet» femmine è quasi uguale a quella dei maschi – 5,4% e 6,6%. Nella fascia 30-34 anni le donne «neet» sono il 31,5%, gli uomini il 15,2%. In sostanza mettere su famiglia o avere dei figli corrisponde ad una minore presenza nel mondo del lavoro.
Federico Capeci (assieme a Valentina Meli e Endri Basha) ha realizzato per la società di consulenza Kantar uno studio pubblicato da Angeli Editore e intitolato Neet, I 7 volti di una generazione in attesa. I disagi, le aspettative e gli interventi possibili.
Lo studio analizza il mondo neet individuandone 7 diverse categorie o profili (volti) elaborate a partire dai 7 disagi che manifestano:
L’analisi delle tipologie e dei volti dei neet mette in risalto il ruolo che dovrebbe rivestire un percorso di orientamento formativo consapevole e ben costruito.
E’ quanto chiedono le linee guida del MIM per l’orientamento del 22 dicembre 2022 che si soffermano con grande attenzione sul fatto che l’orientamento (e il riorientamento) debba consistere in un progetto di vita e non solo nella scelta del mestiere che si farà quando si sarà grandi. Anche perché forse, da grandi, quel mestiere non esisterà più.