Ho letto le impressioni a caldo dopo l’uscita delle materie d’esame di Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi. Forse non ha tutti i torti, ma non per le ragioni che adduce: non si tratta (solo) di pensare agli studenti come “numeri” o di ridurre i cinque anni di percorso a una mera prova selettiva (?) che dura quel tanto che dura. In fondo, dati MIUR, i promossi l’anno scorso sono stati il 99,9% e il trend da anni è quello, poco più poco meno. Per cui nessuno più valuta l’individuo per quella prova che tutti riconoscono come inutile, anche gli stessi commissari nella stragrande maggioranza, o quasi.
Il problema è che questo rito ripetitivo, anche un po’ vetusto e asfittico, non apporta più nulla in termini di conoscenze, esperienza, messa alla prova come dovrebbe fare ogni vero rito di passaggio e come lo aveva pensato la vecchia legge Gentile. Passata la vera scrematura che è lo scrutinio per accedere all’esame, tutto passa in cavalleria, come si suol dire, e a meno di collassi nervosi, scene mute o quant’altro, nessuno viene bocciato dopo questo rito del quale rimane solo l’attesa e un pizzico di speranza nell’attendere. Tutto lì.
Non si capiscono le ragioni nel voler trattenere una cosa così inutile come questa, anche qualora fosse stata concepita una prova ancora più selettiva e mnemonica, come ad esempio fare un esame su tutte le materie e magari con la sola componente esterna. Perché il problema per me non sta in questa ripetizione dei contenuti (che senso ha promuovere agli scrutini finali e rifare le stesse domande e argomenti agli esami?) ma proprio nel fatto che non si capisca che una prova finale dovrebbe uscire dai contenuti appena conclusi e dovrebbe, al contrario, mettere alla prova su specifici approfondimenti, percorsi magari interdisciplinari, curiosità che ogni studente dovrebbe ricercare da sé strada facendo e durante l’anno scolastico appena concluso.
C’è stato qualcosa che ti ha attirato, incuriosito durante questi fatidici anni scolastici? Ogni studente dovrebbe durante l’anno, o forse anche durante gli anni appena trascorsi, immaginare qualcosa che lo attiri per poterlo approfondire e poi discutere in maniera argomentata. Fare esperienza. E questo percorso lo fa da sé, senza intermediari se non per quello che è giusto, come la correzione degli elaborati, consigli e cose varie. È solo lui e i problemi che si è scelto, i temi, gli argomenti che si è scelto, da cui per conseguenza riflette una esperienza.
Ed è partendo da questa “esperienza” che si capiscono le possibili “maturazioni”, come la nuova disposizione ministeriale vorrebbe farci credere. Che in fondo è l’unica cosa utile che hanno pensato, salvo disattenderla immediatamente con la scelta delle materie calate dall’alto. Così alla fine si continuano a proporre aggiustamenti di facciata senza cambiare il rito nel profondo che, così com’è, rimane inutile anche perché, da come sembra, nessuno più delle nuove generazioni lo vede come uno spauracchio che era.
Diciamolo: la componente più negativa dell’esame è sempre stata questa, perché gli esami dovrebbero essere accrescitivi, non punitivi. Dunque continuiamo con aggiustamenti che si contraddicono tra loro, alimentando l’idea che il “rito” ritorna alla sua serietà originaria e primigenia, mentre è solo l’ennesimo atto mancato, forse voluto, per una ennesima riforma che rimane sulla carta, con spese inutili per commissioni inutili.
Mi chiedo, alla fine della storia, se questa mancanza di coraggio non sia in fondo dettata dalla paura di eliminare quell’unica forma di integrazione economica che i docenti ancora possiedono, oltre a quell’altra pendenza, inutile e dannosa, che sono i progetti e che hanno scardinato la scuola da comunità che dovrebbe formare le persone a progettifici la cui utilità è tutta da dimostrare.
C’è da pensarci, mi chiedo tutte le volte che puntualmente, dopo tante chiacchiere, ritorna il momento del rito. Di cui rimane solo la parola: un grafema ormai logoro.
Ferdinando Sabatino