Uno dei capitoli più dibattuti delle Nuove Indicazioni per l’infanzia e il primo ciclo di istruzione è quello che riguarda l’insegnamento della storia.
Sulle pagine del quotidiano La Stampa è stata pubblicata proprio oggi una interessante intervista che lo storico Carlo Ginzburg ha rilasciato a Christian Raimo.
Ginzburg, noto per le sue riflessioni sui metodi e la filosofia della storia, sottolinea fin dalle prime battute della conversazione che le Nuove Indicazioni avrebbero una impostazione “ideologica”.
Una delle prime e più significative critiche di Ginzburg riguarda la “rimozione del colonialismo, delle sue conseguenze e di ciò che significa oggi” dalle Indicazioni.
Il testo afferma che “la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo”. Ginzburg trova questa affermazione estremamente grave, soprattutto perché omette di precisare che “oggi viviamo in un mondo in cui la centralità dell’Europa è completamente scomparsa”. A suo avviso, le definizioni di Storia presenti nelle Indicazioni non sono adatte a comprendere il mondo contemporaneo.
Viene poi criticata anche l’affermazione secondo cui “solo l’Occidente conosce la storia” e dovrebbe insegnarla al resto del mondo. Ginzburg sottolinea infatti che le citazioni di Marc Bloch e Claude Lévi-Strauss usate per suffragare questa tesi sono “decontestualizzate” e “stravolgono la loro opera”.
Un altro punto cardine della critica di Ginzburg è la centralità attribuita all’identità italiana. Egli definisce queste discussioni come un “caso di iperprovincialismo” e considera la nozione stessa di identità “inservibile dal punto di vista analitico”. Ginzburg propone una definizione di individuo come “intersezione di insiemi diversi”, simile a come si potrebbe definire una persona attraverso le sue molteplici appartenenze (specie, genere, professione, luogo di nascita, ecc.). L’identità nazionale, a suo parere, è una “chiacchiera, politicamente pericolosa”.
Secondo Ginzburg parlare oggi di identità italiana è “un discorso senza senso”, specialmente in un contesto scolastico frequentato da bambini “da ogni parte del mondo” che dovrebbero essere messi a contatto con “tradizioni culturali molteplici”.
Viene inoltre contestata da Ginzburg l’affermazione contenuta nel documento ministeriale che sia irrealistico formare i bambini alla lettura e all’interpretazione delle fonti. Ginzburg definisce questa affermazione “velenosa” perché “trascura la distinzione tra narrazione storica e narrazione di finzione”.
Lo storico critica anche la visione “teleologica” implicita nelle Indicazioni, che delineano un “disegno di progresso”. Questa visione è “assolutamente inadeguata” di fronte alla “percezione crescente della fragilità della specie umana in rapporto all’ambiente”.
Infine, Ginzburg critica la selezione di temi che esaltano solo l’eroismo (come la Piccola vedetta lombarda o Anita Garibaldi). E’ vero che l’eroismo fa parte della Storia – ammette Carlo Ginzburg – ma è anche importante capire che “della storia umana sappiamo poco” fin dall’inizio, poiché ciò “sottolinea il valore delle testimonianze di cui disponiamo”.
In sintesi, Ginzburg vede nelle nuove Indicazioni Nazionali un approccio anacronistico e limitante, che evita le complessità, le ambiguità e le sfide del mondo contemporaneo, privilegiando una narrazione monolitica e autocelebrativa a scapito di una comprensione critica e inclusiva della Storia.