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Ogni alunno ha talento, per farlo uscire servono emozioni e senso d’appartenenza: intervista alla preside Stefania Forte

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Dire no ad ogni forma di violenza e crimine. Con la scuola preziosa alleata. Nei giorni passati studenti romani, genitori, docenti e rappresentanti delle istituzioni si sono incontrati in una scuola a Casal Monastero, nella periferia est di Roma, appena aldilà del Grande Raccordo Anulare, per ribadire tutti insieme il loro diniego ad ogni genere di illegalità.

L’evento, intitolato “Educazione come primo presidio contro la Criminalità”, ha visto la partecipazione della sindaca di Roma Virginia Raggi, del presidente del IV Municipio Roberta Della Casa e del giornalista Daniele Piervincenzi.

L’incontro è servito a ribadire l’importanza del ruolo della scuola in ogni contesto culturale, ma in particolare in quelli dove i cittadini risultano riluttanti e oppositivi. Perché, è stato detto, rimane fondamentale combattere la violenza lavorando sull’educazione già a partire dai primi anni di scuola.

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Abbiamo incontrato la dirigente scolastica del nuovo Istituto Comprensivo di Casal Monastero, Stefania Forte, per farci raccontare il suo punto di vista e capire con lei l’importanza del delicato ruolo dell’insegnante e del genitore nell’educare alla legalità i bambini.

La preside ci accoglie nel suo ufficio, in una scuola nel pieno delle pulizie per le feste di Natale: è una donna dalle idee chiare e che vive il suo ruolo con grande responsabilità.

Dottoressa Forte, ci vuole raccontare il lavoro di un dirigente scolastico di un istituto comprensivo collocato in un quartiere periferico romano?

Dirigere un’istituzione scolastica è un’attività complessa, considerando la pluralità di soggetti coinvolti e la specificità propria della scuola e del suo mandato istituzionale. L’I.C. via Poppea Sabina nasce formalmente a seguito di un dimensionamento nel mese di dicembre 2018 e si costituisce come nuovo istituto a settembre 2019.

Dunque nuova scuola, nuovo dirigente, personale desideroso di iniziare un nuovo percorso: tante attese…

Devo dire, francamente, che desideravo poter iniziare la mia avventura lavorativa da dirigente proprio da una scuola di nuova istituzione, pur essendo consapevole delle maggiori incombenze sul piano giuridico, contabile, amministrativo e soprattutto umano (cita alcuni esempi come la richiesta del codice meccanografico, del codice fiscale e le elezioni degli organi collegiali n.d.r.). A questi, si aggiungono adempimenti ed attività tipiche di ogni scuola, come l’apertura delle relazioni sindacali, la verifica di tutti gli aspetti della sicurezza, l’affidamento di deleghe ed incarichi.

Come l’hanno accolta i docenti?

Ricordo bene il primo Collegio: ho dichiarato con emozione di sentirmi onorata di entrare a far parte della comunità professionale che stava nascendo, di una comunità che molto aveva fatto per i suoi alunni e per il territorio di riferimento fino ad allora. Ho pensato che dirigere una scuola di nuova istituzione potesse costituire un’opportunità di crescita per me e per tutti coloro che avrebbero condiviso l’idea di scuola dove l’alunno ha la sua centralità, dove pur con la migliore tecnologia non si può prescindere dalla relazione alunno-docente. Dove la priorità è il benessere degli studenti che vengono a scuola per imparare a leggere, a scrivere e a far di conto ma dove vengono anche per crescere, per stare bene, per sperimentare quelle prime forme di relazioni sociali che li aiuteranno a diventare cittadini del mondo.

I docenti dell’Istituto Comprensivo di Casal Monastero di Roma

È un bell’impegno…

Per fare questo, un dirigente ha bisogno dell’intera comunità educante al suo fianco, per migliorare l’offerta formativa e per contribuire sempre più al successo formativo degli alunni in un quartiere come quello di Casal Monastero che ha fortemente voluto la scuola di nuova istituzione, in quanto più rispondente ai bisogni formativi del territorio, di un territorio che al momento soffre, però, per la carenza di servizi e di opportunità proprio per i ragazzi.

Che importanza ha il ruolo della scuola e della formazione nella crescita della cultura della “non violenza” e nel recupero dei giovani?

È fondamentale il ruolo della scuola, senza voler fare falsa retorica, perché la scuola è un luogo privilegiato, dove la vita umana incontra il sapere dell’umanità. Sappiamo bene che oggi come mai prima è possibile imparare ovunque, ma la scuola è quel luogo privilegiato, dove ogni sapere diventa studio organizzato, lavoro comune, condivisione, esplorazione dei confini e dei collegamenti tra discipline, sistemazione delle conoscenze, costruzione del metodo di ricerca, acquisizione di competenze riconoscibili e spendibili.

Come ci si arriva?

La scuola può e deve offrire uguali opportunità a tutti gli alunni, fornendo supporti adeguati affinché ogni studente come persona sviluppi un’identità consapevole ed aperta. In questo contesto, il valore della non violenza è strettamente legato al principio di legalità e al principio di cittadinanza. Ci piace pensare ai nostri alunni come autonomi, responsabili, competenti e consapevoli.

Quanto è importante l’educazione al rispetto dell’altro?

La cittadinanza si apprende attraverso la cittadinanza, i modi della convivenza attraverso la convivenza scolastica: è un elemento forte della qualità della scuola come valore che introduce i giovani alla pratica delle regole civili. Sono i docenti a rilevare nel lavoro di aula gli apprendimenti di abilità sociali, costruendo la relazione con i ragazzi tenendo conto delle loro emozioni e della necessità di accompagnarli in processi complessi e aperti.

Se ho capito bene, per formarsi bene serve essere ben integrati al contesto scolastico?

Sì. Credo fermamente che una convivenza scolastica di qualità possa restituire ai giovani il piacere di stare a scuola come diritto ad avere occasioni e strumenti per crescere e sentirsi padroni di sé, per scoprire il proprio talento. Ogni ragazzo è portatore di un talento speciale: deve avere la possibilità di scoprirlo. Così si combatte anche la dispersione scolastica: quando si sviluppa il senso di appartenenza, quando i ragazzi si sentono comunque adeguati, quando viene appagato il bisogno di essere riconosciuti.

Quindi, serve una scuola da vivere oltre le lezioni curricolari?

Credo molto in una scuola Civic Center del quartiere, in una scuola aperta al territorio, centro di promozione dei diritti di cittadinanza attraverso nuovi spazi di offerta culturale e di sperimentazione condivisa con le famiglie gli alunni ed il quartiere in senso ampio, associazioni, enti, per i ragazzi ma anche per gli adulti del territorio. Si tratta di una visione di una scuola che interpreta, oltre al tradizionale ruolo di agenzia formativa, anche quello di connettore socioculturale e di luogo di aggregazione per la comunità di riferimento.

Come possono collaborare genitori e docenti nel guidare i ragazzi ad intraprendere la strada della legalità?

Condividendo il percorso formativo, riconoscendo valore all’alleanza strategica nel rispetto dei propri ruoli; supportando il ruolo di apertura al territorio della scuola nel tentativo di creare una rete di interventi il più possibile efficace ed efficiente. In questo contesto siamo fortunati, per la presenza di un comitato di quartiere molto attivo e presente e di un’associazione di genitori per la scuola che hanno già dato la disponibilità a collaborare alla nuova visione della scuola con attività di promozione culturale, ampliamento offerta formativa, servizi alle famiglie nel rispetto reciproco di ruoli, compiti e competenze.

Qual è l’obiettivo?

L’idea è quella di trovare e trasmettere modelli positivi e di “bellezza” per la legalità, perché chi è circondato dalla positività e dalla bellezza è sicuramente meno predisposto all’illegalità, a compiere azioni che possano ledere il bello e a demolire i valori civili che ci consentono di poter godere della libertà e di divertirci.

Se la famiglia è tra le cause della ‘devianza’ giovanile, gli agenti non scolastici sono fondamentali?

Sì, certamente: alcune battaglie vanno vinte insieme nei fatti con azioni a diversi livelli esperite dalle famiglie, dalla scuola, dal territorio e dalle istituzioni che costruiscono percorsi insieme, dialogando e monitorando quanto realizzato.

Oltre all’evento “Educazione come primo presidio contro la Criminalità”, quali altre iniziative avete in programma?

Ne abbiamo altre, considerato anche l’effetto positivo riscontrato. I ragazzi sono stati curiosi, attenti, motivati dal tema, sicuramente grazie alla presenza e agli interventi della sindaca e del giornalista Piervincenzi. Devo anche ricordare l’azione didattico-formativa alle spalle, sviluppate nelle classi dai docenti. L’incontro, fortemente sostenuto dal Comitato di quartiere, era aperto ai genitori, al personale tutto e al territorio in base alla capienza del locale: un’esperienza unica dalla quale ne siamo usciti tutti un po’ arricchiti.

Quali attività avvierete?

Abbiamo in programma incontri formativi-informativi per sensibilizzare alunni e famiglie sulle le tematiche del bullismo e del cyberbullismo, con il coinvolgimento di realtà associative ed istituzionali del territorio, in continuità nei tre ordini di scuola  La scuola intende promuovere l’educazione all’uso consapevole della rete internet e l’educazione ai diritti e ai doveri legati all’utilizzo delle tecnologie informatiche; creare ed implementare insieme ai genitori relazioni e colloqui costanti, nella considerazione dei ruoli specifici, per prevenire e circoscrivere sul nascere episodi di prepotenza fisica o verbale e mediante la rete dei social network a svantaggio di ogni appartenente la Comunità scolastica. Ci sono poi diversi percorsi relativi al progetto Intercultura che investono i tre ordini di scuola in collaborazione con la Caritas Diocesana di Roma – Area Pace e Mondialità ed educazione al Volontariato; con il Centro Astalli – Centro dei Gesuiti per i Rifugiati ; con l’Associazione Onlus Aiuta la Siria, con Amnesty International, Sezione Italiana; con Aifo Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau .

In base alla sua esperienza, un giovane che infrange la legge quante possibilità ha di diventare un adulto che non delinque?

Chi forma i giovani deve sempre credere che sia possibile avere altre opportunità: non si può trasferire pessimismo e sfiducia sull’esito dell’impresa formativa. Si chiama ottimismo pedagogico. Certo, non ci sono ricette uniche e risolutive per tutto e concorrono una pluralità di fattori e di soggetti. Mi piace pensare che nulla sia impossibile quando ci si crede fino in fondo e noi ci crediamo.

 

Lascio la dirigente scolastica al suo lavoro. Porto via, dentro di me, la sua professionalità, la consapevolezza e la responsabilità del grande ruolo svolto dalla scuola nella crescita dei ragazzi. Il suo “ottimismo pedagogico” mi ha contagiato.