Home Archivio storico 1998-2013 Precari Patroni Griffi apre al tavolo sui precari. Ma non per le assunzioni

Patroni Griffi apre al tavolo sui precari. Ma non per le assunzioni

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La stabilizzazione dei precari “storici” della pubblica amministrazione rimane una soluzione di difficile compimento. Il Governo, attraverso il ministro della Funzione Pubblica, Patroni Griffi, lo ha fatto capire nel corso del tavolo sul precariato, avviato alla presenza dei sindacati il 21 novembre. Durante l’incontro il primo responsabile dell’amministrazione pubblica italiana si è limitato a consegnare ai rappresentanti delle organizzazioni presenti una fotografia della situazione esistente. Peraltro priva del personale non di ruolo degli enti locali, di varie amministrazioni centrali, ma soprattutto della scuola e della sanità. Due comparti, questi ultimi, dove il numero di precari è altissimo. I quasi seimila i precari della Pubblica Amministrazione indicati da Patroni Griffi – 3.259 a tempo determinato, 1.593 con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, 919 i rapporti derivanti da contratti di somministrazione di lavoro – sono quindi un’indicazione a dir poco sommaria.
Per il resto, non vi sarebbero novità particolari. Il Governo, infatti, non sembrerebbe affatto intenzionato a mettere sul tavolo dei fondi per assumere il personale precario. Se ne riparlerà, comunque mercoledì 28 novembre, quando i vertici del ministero della Funzione pubblica e i sindacati di categoria si incontreranno di nuovo. E nella riunione della prossima settimana si parlerà anche di scuola.
Le sensazioni negative sono state raccolte anche da Anief e Confedir. Secondo cui “il tavolo del Governo sui precari è un bluff”, perchè “si discute sull’ipotesi di un accordo quadro ma a legislazione vigente, che per scuola e sanità rappresenta una deroga alla direttiva comunitaria”.
Il riferimento è alla discriminazione dei lavoratori pubblici italiani, a cui continua ad essere negata l’applicazione della direttiva comunitaria 1999/70/CE, in base alla quale bisognerebbe assumere i precari dopo 36 mesi di servizio di servizio negli ultimi 5 anni. Certo, a complicare le cose per l’assunzione a titolo definitivo dei precari, di recente ci si è messa anche la Cassazione, con la sentenza n. 10127 del 20 giugno 2012.
Tuttavia la partita sembra ancora aperta. Soprattutto perché altre sentenze, in Italia ed Europa, continuano ad essere di tenore opposto. Il vero problema, almeno secondo Marcello Pacifico, presidente dell’Anief e delegato Confedir alle alte professionalità e alla scuola, è allora un altro: riguarda il fatto che “il Governo – sostiene Pacifico – non ha alcuna intenzione di trovare una soluzione sul personale statale non di ruolo. Malgrado l’apparente disponibilità del ministro Patroni Griffi, non trapela alcuna volontà di eliminare la reiterata violazione dell’Italia della direttiva comunitaria. Per questi motivi si deve prevedere uno strumento di armonizzazione della legislazione nazionale con quella comunitaria, tramite la stabilizzazione dei precari utilizzati per non incorrere in nuove procedure d’infrazione”.
Il sindacalista Anief-Confedir, deluso per l’incontro con il Governo, ha annunciato quindi che il 22 novembre volerà a Bruxelles e Strasburgo, per depositare, nei tribunali di riferimento dell’Ue, la denuncia del sindacato italiano per la reiterata violazione dell’Italia della direttiva comunitaria 1999/70. Pacifico annuncerà anche l’arrivo, sul tavolo della Commissione, di migliaia di denunce da parte dei precari docenti e Ata della scuola italiana. Il sindacato offrirà gratuitamente ai precari il modello di denuncia da inviare in Europa, dove è bene ricordare che ogni procedura acclarata costa una condanna fino a 8 milioni di euro per lo Stato soccombente.
“Non è possibile – conclude Pacifico – che il personale pubblico considerato nell’immediato idoneo a svolgere la funzione richiesta, non sia più tale per svolgere lo stesso lavoro a tempo indeterminato. È giunto il momento di eliminare tutte quelle norme derogatorie alla normativa comunitaria per evitare una palese discriminazione dei lavoratori italiani del pubblico impiego”.