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Pensioni, lasciano in 41.000. Ringraziano i precari

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Dopo mesi di novità a senso unico – con forti tagli agli organici, budget per i supplenti ridotti all’osso e la sparizione delle sedi degli istituti con meno iscritti – per i precari della scuola arriva una buona notizia: a regalargliela però non è il Governo, ma sono gli stessi lavoratori. Dall’Inpdap giunge infatti la comunicazione che dal 1° settembre saranno 41.000, tra docenti ed Ata, a lasciare il servizio per “essere collocati a riposo”. Una cifra lontana dal record del 2007, quando se ne andarono quasi in 55.000. Ma decisamente più alta rispetto a quella dello scorso anno, quando la lista degli “addii” non arrivò nemmeno alle 25.000 unità.  Così, anche se non si può parlare di vero e proprio esodo (l’incremento rispetto al 2008 si attesta attorno al 65%), l’alto numero di pensionamenti accordato dai tecnici dell’Inpdap rappresenta una sorta di “salvagente” per oltre 15.000 lavoratori che altrimenti sarebbero rimasti al palo.
A conti fatti c’è da dire che comunque anche il Miur ha collaborato ad innalzare il numero dei prossimi pensionati: ricevuto l’accordo sostanziale dei sindacati, il ministro Gelmini ha infatti stabilito che tutti i lavoratori della scuola giunti a 65 anni di età o a 40 di contributi quest’anno dovranno lasciare il servizio. Tutte le domande prodotte a fine gennaio dai diretti interessati, che chiedevano il prolungamento in servizio, sono state così respinte.
Certo, l’iniziativa del Miur da sola non può certo giustificare il sensibile aumento di domande, ma è un dato di fatto che ha costretto qualche migliaio di lavoratori a passare la mano seppure controvoglia. Come è un dato oggettivo che la grande maggioranza dei docenti e Ata della scuola ormai desiderare il contrario: andarsene il prima possibile. I motivi prova a spiegarli Massimo Di Menna, segretario generale della Uil Scuola: “il primo è quello della scolarizzazione di massa: un fenomeno – spiega il sindacalista – che ha introdotto nella scuola quelle diverse migliaia di lavoratori che oggi hanno acquisito il diritto ad andare in pensione per il raggiungimento dei requisiti”.
Il diritto acquisito però non basta a spiegare tanta determinazione a lasciare la scuola: “E’ vero – ammette Di Menna- perché moltissimi dipendenti della scuola non riescono più a tollerare un carico di lavoro che negli ultimi anni si è sempre più burocratizzato e complicato. Il risultato è che queste persone sono stanche: avrebbero potuto anche restare fino ai 65 anni, ma essendo cambiate troppo le condizioni di lavoro preferiscono andarsene. Certo – sottolinea – c’è anche un problema opposto di insegnanti, che vorrebbero rimanere ma non possono perchè hanno raggiungo i 40 anni di servizio. Solo che si tratta numericamente di molte meno persone”.
Ma c’è almeno un’altra causa che ha indotto molti dei 41.000 lavoratori, soprattutto le donne, a chiedere di andarsene già dal prossimo 1° settembre: i timori dalla riforma pensionistica. Nei mesi scorsi, anche a ridosso della scadenza di presentazione della domanda da presentare per andare in pensione, il ministro per la Pubblica amministrazione e la funzione pubblica, Renato Brunetta, non ha nascosto la volontà nel portare avanti un progetto di legge inteso ad equiparare l’età pensionabile delle donne che lavorano nella pubblica amministrazione con quella degli uomini. Un progetto che se approvato in Parlamento gradualmente, nel volgere di alcuni anni, porterebbe il sesso femminile (che, è bene ricordare, nella scuola rappresenta complessivamente oltre l’80% del personale in servizio) ad avere il lasciapassare per la pensione non prima dei 65 anni. In salto in avanti di un quinquennio che evidentemente molte donne non sopporterebbero. E chi può andarsene, per evitare brutte sorprese, ha abbandonato la scena lavorativa sin da subito.
“Visto che si tratta di indicazioni peggiorative per i requisiti richiesti per essere collocati in pensione – ammette Di Menna – certe esternazioni da parte dei politici determinano nei lavoratori una certa preoccupazione per il loro futuro. È un problema generale che crea indubbiamente tensioni sui lavoratori influendo poi sulla scelta anticipata ad andarsene”. Una scelta che però quest’anno diventa quanto mai utile, a non perdere il posto, per diverse migliaia di precari. Che però in larga parte non verranno assunti a tempo indeterminato. Nella migliore delle ipotesi ad agosto ne verranno immessi in ruolo 20.000. “Mentre i precari e i posti liberi, con problemi in alcune province di cattedre vacanti e classi di concorso esaurite, sono molti di più – sottolinea il segretario Uil Scuola – per cui Governo dovrebbe una volta per tutte assumersi questa responsabilità affrontando il problema del precariato con maggiore capacità decisionale”.