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Per una riforma strutturale del nostro sistema scolastico

La società italiana, visto che le è stato attribuito dall’OCSE un elevato analfabetismo culturale e che ancora, in essa, imperversa la stupidità novecentesca, ben analizzata sia da Bonhoeffer che dalle leggi di Cipolla, ha bisogno di più scuola e non di meno scuola. Il sistema scolastico italiano si trova, oggi, in una fase cruciale della sua esistenza, perché stretto tra l’inerzia di modelli pedagogici novecenteschi e le pressanti esigenze di una società ipercomplessa, disorientante, interconnessa e in continuo mutamento. Di fronte a tale scenario, si impone una riflessione sistemica e radicale, capace di trascendere gli interventi parziali o emergenziali, che hanno contrassegnato gli ultimi decenni, per restituire alla scuola una funzione strategica nella costruzione della cittadinanza attiva, della coesione sociale e della capacità critica per poter intravedere all’orizzonte una via di uscita.

Chi ha vissuto, attraversandola quasi per ottant’anni in tutte le sue fasi, la scuola italiana, da alunno a docente e accademico, può, oggi, asserire con cognizione di causa che la sopravvivenza stessa della democrazia dipende dalla qualità dell’istruzione e dell’educazione. I giovani di oggi, affinché possano candidarsi a ricostruire una società democratica con consapevolezza, devono poter disporre di un ambiente educativo che consenta loro di comprendere, interpretare e governare le dinamiche complesse del mondo contemporaneo. È in questa prospettiva che si pone la necessità di un ampliamento, e non di una riduzione, dei tempi dell’istruzione e dell’educazione, in netta controtendenza rispetto a chi propone scorciatoie curricolari o compressioni temporali, incompatibili con i processi di apprendimento e maturazione delle nuove generazioni.

1. Le radici storiche di una visione pedagogica democratica

Ogni progetto di riforma valida deve potersi innestare su una solida consapevolezza storica. La storia dell’educazione, da Comenio con la sua idea di educazione universale, a Condorcet con la concezione dell’istruzione come scolarità pubblica e motore di emancipazione, fino ai protagonisti della scuola pubblica (continuo innalzamento dell’obbligo, unificazione degli indirizzi di studi, educazione permanente e inclusione), testimonia un lungo processo di democratizzazione dell’educazione. A questi riferimenti si affiancano le linee strategiche dell’Unione Europea, orientate verso un sistema di istruzione permanente e capace di garantire a tutti pari opportunità di apprendimento lungo l’intero arco della vita.

Le sfide attuali, però, richiedono, soprattutto in Italia, un salto qualitativo, perché non basta più estendere il tempo scuola, ma occorre riorganizzarne in profondità l’architettura, secondo un principio di coerenza formativa, continuità pedagogica e valorizzazione delle transizioni educative.

2. Una nuova architettura dell’istruzione italiana in due cicli formativi

La proposta di riforma che intendo delineare prevede una ristrutturazione, dopo i Servizi educativi (0-3 mesi a 2 anni e sei mesi), del sistema educativo in due cicli formativi di pari durata, che coprano il percorso scolastico dal quinto anno di vita, come alunno e studente, fino al diciottesimo anno. L’obiettivo è duplice: da un lato, superare la frammentarietà e le discontinuità che, oggi, caratterizzano i vari ordini scolastici; dall’altro, garantire uno sviluppo armonico e progressivo delle competenze cognitive, comunicative, relazionali e critiche di ognuno.

3. Primo ciclo: educazione dell’infanzia e scuola primaria (2 anni e 6 mesi – 11 anni)

Il primo ciclo dovrebbe articolarsi su otto anni complessivi, comprendendo:
a. L’educazione dell’infanzia, a partire dai 2 anni e 6 mesi (con l’istituzione strutturale delle “sezioni primavera”), fino ai 5 anni, come diritto-dovere educativo e formativo.
b. La scuola primaria, di durata quinquennale, con un curricolo centrato sull’acquisizione delle competenze fondamentali.

L’intera fase sarebbe pensata come un continuum educativo, fondato su una progressiva costruzione delle strutture cognitive, affettive e sociali. La centralità dell’educazione dell’infanzia, spesso trascurata nel dibattito politico, viene così riconosciuta come momento fondativo dello sviluppo umano e come primo presidio contro la dispersione scolastica.

4. Secondo ciclo: scuola secondaria (11 – 18 anni)

Il secondo ciclo dovrebbe prevedere una riformulazione dell’attuale scuola secondaria di primo e secondo grado, suddivisa in due sottofasi:
a. Una prima sottofase quinquennale e obbligatoria (11–16 anni), che dovrebbe comprendere sia l’attuale scuola secondaria di primo grado sia i primi due anni della scuola secondaria di secondo grado. In questa sottofase, agli studenti andrebbero proposte, accanto alle discipline tradizionali, anche elementi di filosofia, delle scienze umane e della cultura classica (greca e latina), per stimolare il pensiero ipotetico-deduttivo, la riflessione critica e la capacità argomentativa.
b. Una seconda sottofase triennale (16–18 anni), in cui si dovrebbe concentrare la specializzazione curricolare, finalizzata sia all’ingresso nell’istruzione terziaria (università, ITS, AFAM) sia nel mondo del lavoro. Questa sottofase dovrebbe corrispondere agli ultimi tre anni dell’attuale scuola secondaria di secondo grado (terzo, quarto e quinto anno).

La conclusione di questo secondo ciclo sarebbe certificata da un esame di maturità unificato, orientato alla valutazione autentica delle conoscenze e competenze acquisite. In tal modo, il percorso scolastico italiano verrebbe armonizzato con gli standard europei, consentendo anche ai giovani italiani un ingresso più tempestivo nell’istruzione universitaria o nel mondo del lavoro, senza rinunciare alla qualità e alla profondità dell’apprendimento.

5. Per una scuola dell’obbligo realmente formativa: il tempo pieno e prolungato come diritto universale

La proposta dovrebbe contemplare una generalizzazione del tempo pieno e prolungato per l’intero percorso obbligatorio dell’istruzione (primaria e prima sottofase del secondo ciclo). Il tempo pieno e prolungato, in questa visione, non dovrebbe essere considerato solo uno strumento per conciliare i tempi di vita e di lavoro delle famiglie, ma un dispositivo pedagogico essenziale per garantire:
a. la personalizzazione degli apprendimenti;
b. la valorizzazione delle arti, del corpo e della creatività;
c. il potenziamento dell’educazione alla cittadinanza, alla cooperazione e allo spirito di solidarietà.

Inoltre, il tempo pieno e prolungato non solo favorisce, attraverso il processo di socializzazione, l’inclusione e la riduzione delle disuguaglianze sociali e culturali, specie in contesti fragili, ma costituisce anche una condizione indispensabile per evitare che la scuola pubblica si trasformi in un percorso formale e selettivo, incapace di agire realmente sui destini individuali e collettivi.

6. Trasformare e riformare per rigenerare la democrazia educativa

La proposta delineata non si limita a ridisegnare la struttura della scuola italiana, ma mira a riaffermarne la funzione etica e politica, perché, oggi, è indispensabile, nel mondo globalizzato, formare cittadini istruiti, capaci di comprendere e orientare i processi sociali, economici e culturali.

Una scuola così immaginata si configura, dunque, non come istituzione autoreferenziale, bensì come un ambiente generativo di cittadinanza attiva, presidio di democrazia e volano per arginare ogni forma di implosione. In un’epoca in cui non solo le società, ma l’intera civiltà occidentale, rischiano di implodere sotto il peso delle disuguaglianze e del controllo sui processi dell’informazione, la scuola deve ritornare a essere ciò che Comenio, Condorcet e tutti i grandi riformatori hanno sempre voluto: il luogo in cui si possa costruire un pensiero autonomo e critico, affinché ognuno sia in grado di comprendere la realtà e governarne gli sviluppi.

Pietro Boccia

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