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Perché la flessibilità didattica non funziona?

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L’articolo 21 della riforma Bassanini del ’97 parlava di autonomia organizzativa per la realizzazione della flessibilità, “anche mediante superamento dei vincoli in materia di unità oraria della lezione, dell’unitarietà del gruppo classe e delle modalità di organizzazione e impiego dei docenti, secondo finalità di ottimizzazione delle risorse umane”. Ma si è realizzato tutto ciò?

In realtà sono infatti poche, come riporta Italia Oggi, le scuole che hanno fatto ricorso alla quota di flessibilità del curricolo e pochissime quelle che hanno ridotto l’ora di lezione per recuperarla in attività opzionali. Colpa di una serie di fattori, a parte il continuo ricambio di governi, ministri e sottosegretari, c’è un problema di cristallizzazione della questione professionale, ma possibili inferenze andrebbero rintracciate anche nella mancata riforma degli organi collegiali e negli annosi problemi dell’edilizia scolastica.

L’offerta formativa, infatti, può essere ampliata dalle scuole utilizzando fino ad un massimo del 20% del monte orario annuale per compensare discipline scelte dalle scuole con quelle canoniche del piano di studi, oppure possono ridurre la durata delle lezioni rispetto ai tradizionali 60 minuti, recuperando risorse tempo per realizzare ore aggiuntive di insegnamento.

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Tuttavia il quadro è ben diverso dalla teoria: le scuole elementari preferiscono ampliare l’offerta formativa in orario scolastico (62% delle scuole) con l’intervento, ad esempio, di esperti esterni durante le normali ore di lezione, mentre al contrario nelle scuole secondarie di primo grado la tendenza è quella di ampliare l’offerta formativa soprattutto al di fuori delle attività ordinarie, con interventi pomeridiani opzionali. Invece, la maggior parte delle scuole superiori puntano ad ampliare l’offerta formativa fuori dell’orario curricolare (97% dei licei, 94% degli istituti tecnici e 89% degli istituti professionali).

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Decisamente inferiore la scelta della riduzione dei minuti di lezione per realizzare unità didattiche aggiuntive, che ha visto una partecipazione inferiore al 2% nella primaria, intorno al 6% nella secondaria di primo grado, compreso tra il 3 e il 5% nella scuola secondaria di secondo grado.
Ricorrono alla flessibilità del curricolo, fino al 20% di compensazione, in base a quanto riporta ancora Italia Oggi, soprattutto gli istituti professionali (media 38%), meno di un terzo delle scuole del primo ciclo (28%), un quarto degli isituti tecnici (26%) e meno di un quarto dei licei (23%).

Specie alle scuole superiori, gran parte dell’ampliamento dell’offerta formativa extracurricolare viene pagata dalle famiglie, in quanto, corsi pomeridiani di lingua, teatro, musica, attività sportive e attività simili, non riescono ad essere erogati dai fondi scolastici, decisamente ridotti negli ultimi anni e quindi destinati a coprire soprattutto le spese di funzionamento organizzativo (coordinamenti, referenze ecc.) anche a causa dell’assenza di quadri intermedi istituzionalizzati e contrattualizzati, di cui, ad esempio, ad esempio le funzioni strumentali al Pof rappresentano un timido esempio ma che comunque sono state anch’esse oggetto di pesanti tagli di budget negli ultimi anni.

Si possono azzardare diverse motivazioni del fallimento della flessibilità, prima fra tutte la vittoria schiacciante della burocrazia sull’autonomia scolastica, che ha senza dubbio scoraggiato in questi anni le scuole ad introdurre la flessibilità.
Alcuni puntano il dito contro l’edilizia scolastica, l’inadeguatezza degli spazi per proporre attività alternative didattiche, ma resta il fatto che a vent’anni di distanza, le scuole non hanno saputo rendersi autonome da questo punto di vista.

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