Prima ora | Notizie scuola del 26 maggio 2026

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26.05.2026

Professori aggrediti a Parma, Galiano: “Chi colpisce un insegnante sa già che è solo. Picchiare non è una bravata, ma un reato”

Un insegnante colpito da studenti, il video girato con un cellulare, le immagini che rimbalzano sui social. L’episodio avvenuto a Parma riaccende il dibattito sulla violenza nelle scuole italiane e spinge Enrico Galiano, docente e scrittore tra i più seguiti sul tema, a una riflessione che va dritta al cuore del problema, pubblicato sul Libraio: prima ancora del gesto fisico, c’è un sistema che ha smesso di proteggere i propri insegnanti.

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Il caso di Parma e il “prima” che nessuno vuole vedere

L’aggressione filmata a Parma non è un episodio isolato, ma l’ultimo di una serie che si ripete con frequenza sempre maggiore nelle scuole di tutta Italia. Ed è proprio da quel video che parte Galiano. “La cosa più spaventosa non è solo il gesto. Non è solo immaginarselo o, come successo a Parma, vederlo ripreso da un cellulare”. Il problema, spiega il docente, sta in quello che precede il pugno: “Chi aggredisce un insegnante, spesso, una cosa la sa già. Sa che quell’insegnante è solo“. Dietro ogni atto di violenza, secondo Galiano, c’è la consapevolezza, da parte di chi colpisce, che alle spalle di quel docente non esiste una comunità compatta pronta a difenderlo. Anzi: sa già che partirà il grande processo del “però”. Però forse ha sbagliato tono. Però forse la famiglia non è stata coinvolta abbastanza. Però forse la scuola doveva prevenire.

Chiamare il reato con il suo nome

Galiano non nega che quelle domande abbiano una loro legittimità. Una scuola seria, riconosce, deve interrogarsi sulle radici della violenza, sulle fragilità non intercettate, sugli adulti che sono mancati. Ma esige che venga rispettato un ordine: “Prima si chiama la cosa con il suo nome. Poi la si capisce. Prima si dice: questa è violenza, poi si cerca di capire perché è avvenuta”. Picchiare un docente non è una bravata, non è un episodio spiacevole, non è un momento di rabbia. È un reato. E usare questa parola, sostiene lo scrittore, non chiude la porta all’educazione: al contrario, è la condizione perché l’educazione sia possibile. Il rischio del percorso inverso – spiegare prima di nominare – è che la responsabilità individuale svanisca dentro una nebbia di giustificazioni.

Autorevolezza collettiva: non si può chiederla alla scuola e negarla fuori

Il nodo più profondo che Galiano mette a fuoco riguarda la natura stessa dell’autorevolezza. Agli insegnanti si chiede di essere contemporaneamente autorevoli e docili, empatici e inflessibili, psicologi e sorveglianti. Devono accogliere il disagio, gestire la rabbia, compensare le assenze delle famiglie, motivare chi non vuole essere motivato. E poi, se qualcosa va storto, chiedersi dove hanno sbagliato. Ma l’autorevolezza, sostiene Galiano, non è una dote individuale che ogni docente dovrebbe semplicemente tirare fuori dal cassetto: è una costruzione collettiva, che dipende dal riconoscimento che la comunità decide di accordare. “Non si può chiedere agli insegnanti di educare al rispetto in una società che spesso non li rispetta“.

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