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19.01.2026

Ragazzo ucciso a scuola, Bruzzone: “Non ci salveremo con i metal detector. Il possesso uccide. E ogni volta che lo minimizziamo, arriviamo tardi”

Non ci salveremo con i metal detector”: con queste parole nette e senza appello, la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone ha affidato a Facebook una riflessione che suona come un vero e proprio atto d’accusa verso una società che continua a inseguire le emergenze senza affrontarne le radici.

Secondo Bruzzone, ciò che oggi emerge “con forza è un dato inquietante: il senso di possesso dilaga tra i giovanissimi”. Un fenomeno che non può più essere ignorato e che sta mostrando il suo volto più feroce nelle cronache di questi giorni.

Uccidere per possesso: quando l’amicizia diventa una “colpa”

Il caso che ha scosso l’opinione pubblica è emblematico: “Un ragazzo ucciso perché ‘colpevole’ di aver postato foto ‘tranquille’ con una ragazza (amica d’infanzia) che l’assassino riteneva di sua proprietà. Nessuna provocazione, nessuna minaccia: solo l’idea distorta del possesso”.

Un’idea malata che trasforma relazioni normali in presunti tradimenti e che giustifica, nella mente di chi agisce, la violenza più estrema.

Non è un episodio isolato

Bruzzone è categorica: “Questo schema non è episodico. Non è etnico. Non è marginale. È culturale, educativo, valoriale. È trasversale.”

Lo dimostrano, scrive, “tragedie diverse, unite dallo stesso filo rosso – come quanto accaduto in questi giorni alla povera Federica Torzullo”. Storie che hanno in comune una pericolosa normalizzazione del controllo e della gelosia.

Quando la violenza viene scambiata per amore

Troppo spesso, sottolinea la criminologa, i segnali vengono ignorati: “Storie che non sono state intercettate in tempo, perché il possesso è stato normalizzato, minimizzato, giustificato come ‘gelosia’, ‘insicurezza’, ‘amore che fa male’”.

E quando i campanelli d’allarme suonano, arrivano sempre dopo. Troppo tardi.

L’arma a scuola: un segnale che non può essere ignorato

Tra gli elementi più gravi, Bruzzone evidenzia la presenza di un coltello nell’ambiente scolastico: “C’è un’aggravante che non può essere ignorata ossia la presenza di un’arma da taglio nel perimetro scolastico, segnalata più volte ma sempre ‘dopo’. Questo non è accettabile. Non è una ‘ragazzata’. È un chiaro segnale di escalation”.

Una generazione che non tollera la frustrazione

Il quadro che emerge è quello di ragazzi incapaci di accettare un rifiuto: “Stiamo osservando una generazione che non tollera la frustrazione, neppure quella più banale. Quando il rifiuto non viene elaborato, si trasforma in agito violento… un gesto distruttivo che tenta di ripristinare potere effimero, ma per l’autore determinante”.

Non è un raptus, è un fallimento educativo

Bruzzone smonta una delle narrazioni più diffuse: “Qui non parliamo di raptus. Parliamo di apprendimenti disfunzionali. Di modelli affettivi malati. Di segnali ignorati”.

Il problema, dunque, non è l’imprevedibilità, ma l’incapacità di riconoscere e correggere per tempo comportamenti pericolosi.

La prevenzione non è uno slogan

L’illusione che bastino controlli e metal detector viene respinta con decisione: “La prevenzione non è un hashtag. È educazione emotiva reale, limiti chiari, intercettazione precoce, responsabilità adulta”.

Un messaggio che chiama in causa famiglie, scuola, istituzioni e società intera.

Un monito che non possiamo più ignorare

La conclusione è un pugno nello stomaco: “Il possesso uccide. E ogni volta che lo minimizziamo, arriviamo tardi”.

Parole che suonano come una sentenza, ma anche come un appello urgente: smettere di confondere il controllo con l’amore, la gelosia con il legame, il possesso con l’identità. Prima che sia ancora una volta troppo tardi.

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