In relazione al dibattito apertosi in questi giorni sul reclutamento dei dirigenti scolastici (con particolare riferimento al confronto tra procedure ordinarie e riservate), sottopongo alla vostra attenzione un contributo di analisi che intende integrare il quadro con un elemento ad oggi poco rappresentato nel discorso pubblico.
L’intervento propone una riflessione sulla condizione dei dirigenti scolastici già in servizio da anni fuori regione, evidenziando alcune criticità sistemiche legate al rapporto tra mobilità e nuove assunzioni.
Dirigenti scolastici: il dibattito è incompleto. Esiste una terza realtà, ignorata da chi non sa più come assumere.
In questi giorni il confronto pubblico sul reclutamento dei dirigenti scolastici viene raccontato come uno scontro tra concorsi riservati e concorsi ordinari. È una lettura parziale, che rischia di alimentare contrapposizioni senza affrontare il vero problema
Manca del tutto un terzo soggetto: i dirigenti scolastici già in servizio, molti dei quali da anni lavorano fuori regione senza reali possibilità di rientro.
Questa situazione non nasce oggi. È il risultato di una serie di scelte stratificate nel tempo: dal concorso nazionale del 2017, che ha prodotto un forte squilibrio territoriale, alle successive immissioni in ruolo, incluse quelle da procedure riservate; dai concorsi banditi in regioni già sature alla riduzione degli organici dovuta al dimensionamento; fino al rallentamento del turnover per l’innalzamento dell’età pensionabile.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: centinaia di dirigenti costretti a lavorare stabilmente lontano dalle proprie famiglie, con costi economici e personali rilevanti, senza una prospettiva certa di rientro.
In questo contesto, la proroga della mobilità al 100% dei posti vacanti viene spesso presentata come una soluzione. Ma l’esperienza recente dimostra che, se i posti disponibili sono di fatto azzerati da accantonamenti e nuove immissioni, il 100% di zero resta zero. In molte regioni, la mobilità interregionale è stata di fatto inesistente.
Il punto centrale, però, è un altro e riguarda un principio generale del pubblico impiego: prima di assumere nuovo personale, le amministrazioni devono garantire la mobilità di chi è già in servizio. È un principio previsto dal decreto legislativo 165 del 2001 e più volte ribadito dalla giurisprudenza amministrativa.
Nel caso dei dirigenti scolastici fuori regione, questo principio è stato progressivamente rovesciato. Prima si programmano le assunzioni, oggi anche estese agli idonei delle graduatorie, e solo in un secondo momento si apre, in via eccezionale, uno spazio per la mobilità.
Questo meccanismo produce un effetto paradossale: si amplia l’accesso al ruolo, ma si blocca la possibilità di rientro per chi quel ruolo lo esercita già da anni.
Continuare a rappresentare la situazione come un conflitto tra “riservati” e “ordinari” non aiuta a risolvere il problema. Il nodo vero è l’assenza di una gerarchia chiara tra mobilità e reclutamento.
Senza un intervento strutturale, ogni nuova misura rischia di aggravare le criticità esistenti.
È necessario riportare il sistema a coerenza, passare dalla logica dell’urgenza all’urgenza di una logica, riconoscendo alla mobilità un ruolo prioritario e non derogatorio, e programmando le nuove assunzioni solo sui posti effettivamente residui.
Non si tratta di contrapporre categorie, ma di ristabilire un principio di equità e di buon andamento dell’amministrazione. Ignorare questa realtà significa continuare a produrre soluzioni parziali e nuove disuguaglianze.
Nazario Malandrino – Dirigente scolastico
Vincitore pleno iure del concorso 2017, in servizio fuori regione dal 2019
Gruppo Operativo Dirigenti Scolastici Fuori Regione “trasparenti per l’Amministrazione”