Sul caso del rifiuto di alcuni studenti a sostenere l’orale all’esame di Stato del secondo ciclo, a me pare che i Media colpevolisti e innocentisti abbiano versato finora i consueti fiumi d’inchiostro, mostrando per l’ennesima volta il loro lato peggiore.
Si è preferito infatti trasformare gli studenti in eroi o in bersagli da colpire – a seconda del paraocchi ideologico delle testate e delle teste – per ottenere qualche brandello di attenzione dei sempre più esigui ma sempre meno sprovveduti lettori, anziché porsi qualche domanda del tipo: quali vuoti legislativi hanno lasciato campo libero agli improvvisati contestatori della scuola “nozionista e competitiva”?
Perché, visto che il farraginoso sistema dei crediti l’ha introdotto il ministro Luigi Berlinguer a fine anni Novanta, tali fieri oppositori si sono materializzati solo ora?
Non sarà che, insieme alla tanto declamata “crisi della scuola e dei tradizionali modelli educativi” della quale non dubito, c’è pure la fastidiosa presenza di un ministro di Destra entrato a gambe tese in un’istituzione da sempre feudo della Sinistra, dove vigono leggi che hanno determinato le assurdità di questi giorni? Pensiamo all’ultimo episodio della serie: una studentessa dell’Istituto Santa Chiara di Urbino che rifiuta l’orale e legge un suo discorso di “protesta” contro le “politiche educative” di Valditara.
Persino un giornalista non proprio di estrema destra come Antonio Polito, sul Corriere, ha dovuto ammettere che gli attuali meccanismi di valutazione scolastica sono così «competitivi» da garantire comunque agli studenti la promozione con i crediti accumulati nel triennio e mantenere le percentuali di bocciature intorno allo 0,2%.
Insomma, le ideologie esistono e continuano, nel sottosuolo dell’istruzione pubblica, a fare danni. Ma certi studenti – e purtroppo certi genitori – non ne rappresentano nient’altro che l’esito più naturale e più ovvio. A far loro da corollario, un sistema mediatico che preferisce l’urlo al ragionamento e un corpo insegnante che è “volgo disperso che nome non ha”: comprensibilmente disorientato e disilluso.
Caterina Diemoz