Dopo che alcuni studenti liceali al colloquio degli esami di Stato si sono presentati motivando il loro rifiuto di sostenerlo secondo la struttura prevista, si parla solo della correttezza o meno di questi comportamenti e della necessità di riformare l’esame. Ma sono davvero questi i problemi?
A mio parere, che abbiano agito per una ribellione consapevole o che siano ricorsi a una scappatoia legale, alcuni di questi ragazzi hanno detto tre cose sulle quali il mondo della scuola dovrebbe riflettere.
La prima è che percepiscono di aver vissuto in una scuola centrata sui voti, sulla competizione, sui risultati, senza attenzione alle persone. Ebbene, come docente, vedo anch’io tutti i giorni una scuola secondaria superiore sempre più centrata sui voti, divenuti un’ossessione per tutti, al punto che anche i docenti che applicano la valutazione basata su riscontri descrittivi finalizzati all’apprendimento vedono vanificato il loro lavoro dall’onnipotenza del voto, l’unico per cui si studia perché alla fine decide la promozione. Quante volte, in sede di scrutinio, i docenti parlano di media aritmetica dei voti nella disciplina? Bisognerebbe tornare al tema del film “Teachers” del 1984.
La seconda cosa che questi ragazzi ci hanno detto è che avrebbero voluto uno studio come percorso di crescita personale e non come una corsa al punteggio. Ebbene, come docente, vedo anch’io punteggi ovunque, per il credito scolastico, nelle griglie degli esami di Stato, nei test di ammissione universitari, che vengono svolti fin dalla quarta superiore anche per i corsi non a numero programmato. Dunque, mentre si studia, c’è un assillante richiamo ai punteggi da conseguire!
La terza cosa detta concerne “la convinzione che l’attuale meccanismo di valutazione non rispecchi le reali capacità dei ragazzi, figuriamoci la maturità”. Questo ci riporta alla questione di fondo, cioè alla scuola che vogliamo: per dirla con le parole del prof. Cacciari, un luogo in cui si informa o un luogo in cui si educa?
Le prove d’esame e le griglie di valutazione conseguono alla scelta di fondo. Anche in una scuola di informazione, tuttavia, io fatico a capire il senso della ormai consolidata parcellizzazione di punti nelle griglie utilizzate agli esami di Stato. Il compianto prof. Serianni, sugli indicatori della prima prova d’esame, diceva: gli indicatori sono generali, possono naturalmente tradursi in griglie, con l’avvertenza però che le griglie numeriche vanno usate con una certa prudenza, perché, soprattutto se pensiamo di articolare le singole voci con un punteggio numerico, rischiamo di trovarci alla fine con una valutazione che non corrisponde a quella che noi vogliamo dare. Quindi il numero può valettre per i macro-indicatori ma non per gli indicatori minuti, puntuali [… ]; i numeri […] sono pur sempre uno strumento della valutazione dell’insegnante e non possono essere il fine del suo lavoro
Ecco, avendo alle spalle 40 anni di insegnamento tutti di ruolo e una molteplicità di esperienze di esami come commissaria e come presidente di commissione, osservando lo stato delle cose da “dentro” la scuola, penso che dobbiamo riflettere sulle tre osservazioni portate dagli studenti “ribelli” piuttosto che parlare di come cambiare l’esame di Stato. Le riforme precedenti hanno forse retroagito e migliorato quello che nelle scuole viene fatto effettivamente tutti i giorni?
Molti della mia generazione cinquant’anni fa frequentavano licei gentiliani selettivi, ma non conseguivano il diploma sommando punti e, dopo l’esame di maturità, non avevano l’assillo di test a punti per accedere all’Università. Si iscrivevano senza pagare tasse e, corso dopo corso, esame dopo esame, tutti quelli che volevano studiare avevano l’opportunità, come al liceo, di incontrare buoni libri e “grandi maestri”, capaci di far crescere nel sapere e nel saper essere. I ragazzi di oggi hanno queste opportunità?
Anna Tabacco