Il caso degli studenti che hanno fatto “scena muta” all’esame prelude a forme di protesta più radicali che potrebbe esserci in futuro? Dobbiamo prepararci a un prossimo “autunno caldo” nelle scuole? E’ difficile fare previsioni ma i segnali di insofferenza dei ragazzi e delle ragazze non mancano. Un fatto è certo: gli studenti chiedono di “stare bene a scuola”.
Ne parliamo con il pedagogista Daniele Novara, responsabile del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza.
La protesta di un piccolo numero di studenti all’esame di Stato ha avuto molta risonanza mediatica. In realtà le proteste studentesche ci sono sempre state, in modo più o meno vivace. Perché questa volta c’è stata più attenzione?
Anzitutto bisogna dire che storicamente questa è una generazione che non protesta affatto, una generazione mogia, tranquilla, rilassata. A me sembra che semmai il problema sia esattamente quello opposto, cioè dovremmo chiederci come mai questi ragazzi non protestino. Storicamente molte rivoluzioni, molti cambiamenti sono partiti dagli adolescenti e questo anche perché l’adolescenza, e cioè l’età fra i 15 e i 21 anni è l’età della rivolta per antonomasia.
E’ l’età in cui c’è la tendenza a rompere il guscio, ad allontanarsi dal mondo degli adulti per metterlo in discussione. E’ la fase in cui ci si ribella al padre, tutto quello che fa il padre viene considerato sbagliato, semplicemente perché “è un matusa”, come si diceva un tempo.
Stiamo virando verso il tema dello scontro generazionale e stiamo entrando in una questione quasi psicoanalitica (la rivolta contro il padre) …
Lo scontro generazionale c’è sempre anche se oggi si sta proponendo in un modo completamente diverso da quello vissuto nelle generazioni precedenti; non viene più agito sul piano sociale, ma su quello privato relazionale, strettamente personale. Molte ragazzine, per esempio, incominciano a truccarsi fra gli 11 e 12 anni e si stanno diffondendo persino i comportamenti autolesionisti dei ragazzi. Poi ovviamente ci sono anche eccezioni importanti, basti pensare al movimento degli studenti appena precedente al Covid o ai ragazzi e alle ragazze del movimento di Greta Tumberg, che quando iniziò a esporre i suoi cartelli davanti al Parlamento aveva soltanto 12 anni.
Possiamo dire che quella era stata una sorta di “fiammata” che assomigliava un po’ al Movimento del ’68; fatte le debite proporzioni, anche quella di queste settimane è una fiammata?
Non mi pare proprio che si tratti di una fiammata sociale; io direi che siamo di fronte ad una richiesta molto legittima, molto misurata. Questi ragazzi hanno protestato ma essendo sicuri di non essere bocciati. Mi sembra che questa vicenda confermi il modello delle “passioni tristi” di cui parla Miguel Benasayag. Siamo di fronte all’epoca di un’adolescenza molto ritirata che però ogni tanto si ricorda di essere il motore del cambiamento.
Di fronte a questi adolescenti, l’adulto come dovrebbe comportarsi? Deve accettare la loro protesta perché anche questo è un modo per crescere oppure deve cercare di mostrare modi socialmente accettabili di protestare?
Io direi che le sollecitazioni degli adolescenti vanno tenute in considerazione ma non sempre vanno prese alla lettera; come per esempio quando annunciano di volersene andare di casa o di non voler più andare a scuola. Io ho inventato la tecnica del bonus di 3 giorni. Propongo ai genitori di concedere almeno tre giorni all’anno in loro figlio possa starsene a casa semplicemente perché non ne ha voglia o perché non si sente pronto per l’interrogazione.
Ultimamente il ministro Valditara ha annunciato di voler ripristinare, a partire dal nome, un vero esame di maturità, in cui lo studente debba dimostrare non solo sapere calcolare i logaritmi o di conoscere la data battaglia di Solferino ma soprattutto la sua maturità. Lei cosa ne pensa. Ma la maturità di uno studente si può misurare, si può valutare?
Questa è una questione tutta italiana molto legata all tradizione gentiliana, tradizione che – diciamo la verità – aveva contagiato un po’ anche Antonio Gramsci.
Ma proprio in quei decenni arrivano la Montessori e Dewey che rompono completamente con questo schema e si rifanno ad un modello di scuola attivistico.
L’ipotesi di lavoro di Montessori era completamente diversa ed era basata sull’idea della libertà e sulla pratica della manualità.
A distanza di un secolo siamo ancora ancora all’idea della maturità come verifica di quanto lo studente abbia coltivato se stesso. Ed io su questo sono contrarissimo.
Per me la scuola è una comunità di apprendimento. In questo sono molto montessoriano perché per me ciò che conta è capire quando uno ha imparato lavorando con gli altri in maniera esperienziale, in maniera concreta e quindi sviluppando le proprie risorse.
Alla fine del proprio percorso scolastico il ragazzo o la ragazza devono poter mostrare in che modo l’esperienza scolastica sia servita per costruire qualcosa di proprio.
Per esempio arrivato alla fine lo studente deve capire se si è formato una intelligenza più musicale o più matematica o linguistica.
Insomma lo studente deve capire cosa gli serve per stare bene con se stesso e con gli altri. Non caso a questo tema dello stare bene è dedicato il consueto appuntamento annuale del vostro Centro Psicopedagogico.
E’ il sesto anno che proponiamo questo appuntamento. Lo organizziamo online per dare il modo a tanti insegnanti di partecipare. Con l’amico e collega Raffaele Mantegazza e con diversi altri collaboratori e formatori parleremo proprio dello “stare bene a scuola”.
Cosa intendiamo con questa espressione?
E’ semplice: bisogna fare in modo che i ragazzi e le ragazze abbiano piacere di andare a scuola e che siano un po’ tristi quando la scuola è chiusa.
Faccio un esempio: secondo me la gita di classe dovrebbe essere organizzata all’inizio della scuola, non va messa a fine anno come premio, perché la gita, che sia un giorno o ancora meglio di due o tre, deve servire per costruire il gruppo.
Devo ammettere che quella del gruppo classe è una tradizione tipicamente della nostra organizzazione scolastica ed io la sostengo moltissimo. Non mi piace molto l’idea che i ragazzi debbano girare da un laboratorio all’altro; la classe è un nucleo sociale importantissimo che sta alla base di ogni forma di apprendimento.
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