Il mondo della scuola torna a incrociare le braccia. Il 27 marzo si terrà uno sciopero del comparto istruzione e ricerca proclamato dal sindacato Sisa, Sindacato Indipendente Scuola e Ambiente. Come si legge sul Cruscotto degli scioperi, la mobilitazione durerà per l’intera giornata, e interesserà “personale docente, dirigente e ATA, di ruolo e precario, in Italia e all’estero”. Diverse le motivazioni, a partire dalla “abolizione del concorso dirigente scolastico“, da sostituire con “una figura elettiva sul modello universitario da parte del collegio dei docenti da scegliere tra un suo membro, con laurea magistrale ed almeno tre anni nel ruolo di primo collaboratore”.
La sigla chiede anche “l’assunzione su tutti i posti vacanti e disponibili per tutti gli ordini di scuola con immediato ope legis; l’immediata creazione ruolo unico docente con uguale orario e salario in tutti i gradi di istruzione; l’assunzione su tutti i posti vacanti e disponibili per tutti gli ordini di scuola del personale ata; recupero immediato inflazione procedendo con aumenti degli stipendi almeno del 20% netto; l’introduzione studio dell’arabo, russo, cinese nelle scuole secondarie superiori”.
E ancora, il sindacato invoca “ope legis il pensionamento volontario a partire dall’anno scolastico 2026/2027 del personale docente ed ata che risulti invalido da 67% al 100% e con decurtazione del 2,5% per ciascun anno mancante rispetto ai quaranta anni di servizio, i quali abbiano almento trent’anni di servizio e di contributi senza vincoli di età anagrafica“, nonché “l’impegno per l’ambiente e il clima insieme al movimento giovanile internazionale“.
Come riporta La Stampa, quello dell’istruzione e della ricerca non sarà l’unico comparto a fermarsi. È previsto anche uno sciopero dei mezzi pubblici, che però “non riguarderà l’intero Paese ma si concentrerà su alcune città”. Quanto alle ragioni della protesta, “sono da ricondurre ai problemi salariali, contrattuali, igienici e di sicurezza“. E ancora, si fermerà anche la categoria dei giornalisti, indetto dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana per protestare contro “il contratto di lavoro scaduto da 10 anni e una gestione editoriale che ‘intasca risorse milionarie dal governo (da questo, come da quelli precedenti), ma investe poco nelle loro aziende e per potenziare l’informazione professionale‘”.