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Aggiornato il 24.09.2025
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Scontri cortei pro-Palestina, a provocarli tanti Neet: servizio civile obbligatorio per chi né studia né lavora, stop all’ozio organizzato – LA PROPOSTA

Tra i record meno invidiabili che detiene l’Italia c’è anche quello di giovani che si trovano nella condizione di essere “Not in Education, Employment or Training” o più semplicemente Neet: le stime ufficiali ci dicono che a non lavorare e nemmeno studiare  nel 2024 sono stati circa 2 milioni i giovani nella fascia 15-34 anni, con prevalenza al Sud. Senza occupazione o corsi formativi da seguire si trova in Italia il 15,2% dei ragazzi tra i 15 e 29 anni (contro la media Ue dell’11%): solo la Romania (19,4%) fa peggio di noi. E dopo i 30 anni di età il numero di donne Neet assume sembianze gigantesche, sino raddoppiare quello degli uomini. Certo, c’è chi non studia o lavora per scelta (ad esempio, il 20% sono donne che si occupano della famiglie) o per motivi di salute, ma purtroppo la maggior parte non riesce a capire cosa vuole fare “da grande” e nel frattempo aspetta. Sarebbe importante, per loro, che seguissero dei percorsi strutturati di orientamento formativo consapevole e ben costruito.

Secondo alcuni esperti del lavoro e sociologi si tratta di un problema tutt’altro che marginale, con effetti che alla lunga vanno a riversarsi sulla società. Anche perché l’inoccupazione totale può portare alla devianza. E aprire le porte alla delinquenza.

Luca Sforzini – esperto d’arte, proprietario del Castello di Castellar Ponzano, fondatore del movimento culturale Rinascimento e responsabile MAC di Pavia – ritiene che “le violenze nei cortei pro-Palestina a Milano” del 22 settembre, “con devastazioni e scontri” siano state condotte anche da diversi ragazzi Neet: “fotografano una città ostaggio di frange organizzate e di un potere pubblico esitante”, sostiene Sforzini arrivando a collegare “l’emergenza d’ordine a una proposta strutturale”. E per questo chiede “il servizio civile nazionale obbligatorio per i giovani che non studiano e non lavorano, con attività concrete, misurabili e sorvegliate”.

Le attività obbligatorie in cui verrebbero coinvolti questi ragazzi dovrebbero essere di “Protezione Civile e prevenzione rischi: presidio idrogeologico, mappature dissesti, pulizia alvei e fossi, supporto nelle emergenze”. Ma anche di “cura del territorio e del patrimonio: manutenzione di scuole, biblioteche, parchi, piccoli presìdi culturali di quartiere”. Oppure dovrebbero essere impiegati in “servizi alla comunità: assistenza ad anziani e fragili, doposcuola, logistica per iniziative civiche”.

“Il servizio civile non dev’essere un parcheggio – incalza Sforzini -. Servono controlli reali su chi lo organizza: accreditamento serio, tutor responsabili, indicatori di risultato (ore sul campo, chilometri di alvei ripuliti, interventi completati), ispezioni a sorpresa e decadenza immediata dei fondi a chi finge attività. In cambio, ai ragazzi indennità dignitosa, crediti formativi e una ‘patente di competenze’ spendibile nel lavoro. E chi rifiuta senza motivo perde benefici pubblici. È un patto: la comunità investe, i giovani restituiscono”.

Infine, Sforzini sostiene che “accanto al servizio civile” andrebbe introdotta “tolleranza zero per le illegalità di piazza”. Perché, conclude, “la cultura non è un alibi estetico: è disciplina, responsabilità, comunità. Milano deve tornare esempio nazionale: legalità in strada e lavoro utile per i giovani. Così si spezza la catena tra ozio organizzato, violenza e degrado, e si ricostruisce una città che educa, non che subisce».

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