L’astensionismo e la crescente sfiducia nelle istituzioni non nascono improvvisamente nelle urne, ma si sviluppano molto prima, tra i banchi di scuola, quando gli studenti muovono i primi passi nella rappresentanza. Secondo quanto scrive la Repubblica, tre studenti su quattro dichiarano di avere una bassa fiducia nelle istituzioni nazionali. Il 61% ritiene inoltre che quelle regionali tengano poco conto dei bisogni dei giovani, mentre poco più della metà afferma di sentirsi poco ascoltata dal proprio Comune. La testata riporta i risultati di un’indagine condotta dal progetto Repeto tra liceali torinesi, che descrive come le prime esperienze di partecipazione possano scontrarsi con «l’inefficacia della propria voce».
Il progetto Repeto punta a riportare la scuola al centro del processo democratico, valorizzando il ruolo dei rappresentanti di classe e d’istituto, spesso primo contatto dei giovani con la politica, sia come elettori sia come eletti. Come riporta la testata, le attività prevedono percorsi di mentorship nelle scuole guidati da esperti, basati non su lezioni frontali ma su domande, confronto ed esercizio critico. Grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo, lo scorso anno l’iniziativa ha coinvolto oltre 5mila studenti. Il report intitolato “La voce degli studenti”, che sarà presentato martedì all’Oratorio di San Filippo Neri, analizza in particolare i dati raccolti tra 500 partecipanti.
Dall’indagine emerge una chiara distanza tra giovani e istituzioni. Alla domanda su quanto sentano di avere voce nelle decisioni della propria comunità scolastica, gli studenti assegnano un punteggio medio di 2,13 su 5. “I ragazzi si sentono sudditi, non cittadini della scuola“, spiegano dal team Repeto, come riporta la Repubblica. Anche la fiducia verso la politica appare “in caduta libera“. I rappresentanti di classe e d’istituto raccontano di avere una forte motivazione, ma segnalano la mancanza di vere infrastrutture istituzionali che permettano di agire. Molti credono nel proprio mandato di mediazione, ma temono che esprimere dissenso possa tradursi in ritorsioni sul piano valutativo.