Ernesto Galli della Loggia interviene oggi (28 luglio 2026) sul Corriere della Sera con un editoriale in prima pagina dal titolo “Parlare (davvero) di scuola”.
L’avvio è drammatico e pieno di suspense: “per l’avvenire dell’Italia credo che (parlare di scuola) sia una decisione vitale. Così vitale che non dovrebbe bastare l’autorità di un ministro e neppure del governo a decidere che fare. Per una questione del genere credo che sarebbe davvero necessaria una pronuncia del Parlamento con i parlamentari chiamati a esprimersi fuori da ogni disciplina di partito”.
Di che cosa si tratta viene subito chiarito: si tratta del fatto che oggi in Italia (soprattutto al nord ma presto ovunque) in moltissime scuole la maggioranza degli alunni/studenti “proviene ormai da famiglie di immigrati, spesso di religione islamica e fortemente osservanti. Ognuno capisce che tutto ciò pone alcuni problemi di enorme importanza per il nostro futuro”.
Continuando l’editorialista scopre che la scuola italiana attua in realtà “un processo che può essere descritto come un oggettivo tentativo di deculturalizzazione nei confronti degli alunni provenienti da contesti culturali non italiani”.
Il che, scopre quasi con stupore Galli della Loggia, comporta che gli studenti (soprattutto islamici”) si trovino “a parlare di cose perlopiù estranee al loro universo culturale, alla loro esperienza quotidiana nell’ambito familiare o di gruppo. Cose non solo estranee ma probabilmente per più di un verso contrastanti con le idee e i valori dell’intero retroterra ambientale degli allievi”. Da qui il rischio che le aule diventino “laboratorio sociale dove avviene un incontro di culture che però si presenta perlopiù nella forma neppure troppo dissimulata dello scontro? Uno scontro, però, a cui la scuola e i suoi insegnanti sono oggi totalmente impreparati”.
E così continua: “da tale scontro dipende in misura significativa l’avvenire dell’Italia. Per dirla chiaramente: da quanto avviene oggi nella scuola dipende se l’immigrazione in corso produrrà dei nuovi italiani e quindi un Paese multietnico ma non multiculturale, cioè un Paese non diviso in culture diverse e fatalmente estranee l’una all’altra, e quindi un’Italia fragile e inquieta in preda a continue potenziali tensioni”.
La questione è vista da Galli della Loggia come uno snodo cruciale del nostro futuro. Non bastano al riguardo quelle che lui identifica come “saggiamente avvedute direttive ministeriali”. Serve “una forte, un’alta discussione politica, tutta politica, in Parlamento, nella quale ognuno assuma le proprie responsabilità, che metta capo a una risoluzione chiara, esplicita, circa l’indirizzo che la scuola stessa deve seguire, gli obiettivi a cui deve mirare, sul fronte cruciale del nostro rapporto con i giovani immigrati che saranno i nostri concittadini di domani”.
Galli della Loggia utilizza i concetti di multiculturale e multietnico e rifugge dall’utilizzare la parola chiave in questo contesto, ovvero interculturale.
La sua descrizione è a mio parere perfetta nello spiegare come giovani immigrati e figli di immigrati siano sostanzialmente costretti a sentirsi stranieri, ospiti di passaggio in un paese che pensa di “acculturarli” con la Piccola vedetta lombarda e con la proposta di assimilazione agli immutabili valori di un autodefinito “occidente” piuttosto che pensare alla costruzione di un futuro comune come casa di tutti.
Forse sarebbe invece il caso di pensare (e di agire) nel senso di una co-costruzione comune di una nuova cultura e di una nuova società che si muova certo nel solco dei valori costituzionali (e della dichiarazione universale dei diritti umani) ma lo faccia mediante la valorizzazione delle differenze e del dialogo. Questa è, appunto, la dimensione interculturale che dal 1986 ha caratterizzato (purtroppo spesso solo a parole) persino la normativa scolastica in Italia.
Perché è solo se tutti si sentono attori della costruzione di una nuova società che sarà evitato il rischio che paventa Galli della Loggia. Non certo chiedendo una forzata adesione ad una società già data e da considerarsi immutabile.
E invece sia nei documenti ufficiali che nelle prese di posizione culturali che sostiene oggi il Governo si reputa che solo l’assimilazione possa produrre nuova società. Si tratta, a mio parere, di un errore: non solo nei confronti dei figli degli immigrati ma anche nei confronti degli adolescenti italiani: se tutto è immutabile e deve essere accettato in quanto espressione dell’autodichiarato universale occidentale che senso ha la stessa partecipazione democratica?
Da ultimo non si può non segnalare che quel dialogo e confronto aperto che Galli della Loggia auspica è esattamente il dialogo e il confronto aperto che non c’è stato e non si è voluto nel processo di definizione delle Indicazioni nazionali per il I ciclo e ora per i licei. Quale occasione meglio di quella?
Ma confronto non c’è stato. C’è stata invece fretta di concludere per passare all’incasso di una prospettiva culturale che, negando ogni dimensione interculturale, non fa altro che rafforzare i rischi di costruzione di quella società futura che Galli della Loggia teme.