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Prima Ora - Notizie del 28 luglio

28.07.2026

Decreto anti-maranza, Galiano: “Siamo lenti a prevenire perché non fa rumore. Un educatore non finisce nei talk show”

Lo scorso 23 luglio il Governo ha varato il cosiddetto ddl “anti-maranza”. Il Consiglio dei Ministri, per la precisione, ha approvato un disegno di legge per rendere più semplice processare i minorenni: la capacità di intendere e di volere del minore — dai 14 ai 18 anni — che commette un reato “si presume fino a prova contraria”. Finora doveva essere accertata caso per caso, adesso si inverte l’onere della prova.

A criticare la nuova norma è stato, dopo il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, lo scrittore e docente Enrico Galiano, su Il Libraio. Ecco il suo intervento integrale:

“In Italia abbiamo un talento particolare: arriviamo sempre puntualissimi, ma cinque minuti dopo.

Prendiamo il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minorenni. Il ragazzo ha già smesso di frequentare la scuola, passa i pomeriggi in un posto non meglio identificato tra un parcheggio e un kebabbaro, la famiglia annaspa, i servizi sociali hanno tre operatori e centottanta casi, il quartiere offre come unica prospettiva una panchina davanti a una sala scommesse. Noi osserviamo tutto con grande attenzione. Poi, appena il ragazzo combina qualcosa, finalmente entriamo in scena.

Con il fischietto, il codice penale e il pugno duro di chi ha appena scoperto l’esistenza del problema.

Il messaggio è perfetto per i sottopancia televisivi: chi sbaglia paga. Peccato per un dettaglio abbastanza rilevante: i minorenni che hanno compiuto quattordici anni potevano già essere processati e condannati.

Oggi bisogna dimostrare che il minore fosse capace. Domani si partirebbe dall’idea che lo fosse.

Potrebbe sembrare una piccola modifica tecnica. Non lo è.

Quando si parla di un adolescente, presumere la maturità significa trattare come punto di partenza proprio ciò che l’adolescenza rende più difficile stabilire: quanto quel ragazzo comprendesse davvero, quanto fosse capace di controllarsi, quanto fosse libero dalle pressioni del gruppo, della famiglia, degli adulti che magari lo hanno utilizzato.

Qualcuno dirà che in Europa funziona già così. In parte è vero, ma non esiste un modello unico.

In Francia, dai tredici anni si presume che il minore sia capace di comprendere le proprie azioni, ma l’intero sistema resta orientato al recupero e alla prevenzione della recidiva.

In Germania la responsabilità penale comincia a quattordici anni, però la maturità viene ancora valutata caso per caso.

Anche in Spagna si parte dai quattordici, con misure che puntano soprattutto al reinserimento, dai percorsi educativi ai lavori socialmente utili.

Insomma, altrove si può discutere su quando e come attribuire la responsabilità, ma una cosa sembra abbastanza chiara: punire un ragazzo senza provare a recuperarlo significa quasi sempre prepararsi a punirlo di nuovo.

La domanda allora è sempre la stessa: perché siamo così rapidi quando si tratta di modificare il codice penale e così lenti quando si parla di prevenzione?

Prevenire ha un difetto terribile: non fa rumore. Un educatore di strada non finisce nei talk show. Uno psicologo presente stabilmente a scuola non produce titoli da battaglia. Un centro sportivo aperto la sera, servizi sociali con personale sufficiente, un sostegno concreto a una famiglia in difficoltà hanno pochissimo fascino elettorale. E soprattutto, quando funzionano, non succede niente.

Il ragazzo continua ad andare a scuola. Torna a casa. Trova qualcuno con cui parlare. Non spaccia, non aggredisce, non ruba.

Un fallimento completo dal punto di vista televisivo.

Così aspettiamo. Aspettiamo che il disagio diventi abbandono scolastico, che la rabbia trovi una vittima, che il bisogno di appartenere incontri qualcuno disposto a trasformarlo in manovalanza. Lasciamo che un ragazzo sparisca lentamente dai radar e poi ci stupiamo quando riappare nella cronaca.

A quel punto scopriamo la fermezza.

Siamo il Paese che compra l’estintore quando il salotto è già in fiamme e che, nei mesi precedenti, ha ignorato con ammirevole costanza la puzza di bruciato.

Punire chi commette un reato può essere necessario. La responsabilità degli adulti, però, comincia molto prima. Comincia quando un ragazzo smette di venire a scuola e nessuno va a cercarlo. Quando una famiglia chiede aiuto e trova una lista d’attesa. Quando un quartiere viene lasciato senza luoghi, senza educatori, senza occasioni.

La prevenzione non porta voti subito.

La paura, purtroppo, sì”.

Il discorso di Meloni

“Chi aggredisce, chi rapina, deve pagare sempre. Anche se ha quindici o sedici anni. Arresto per i minorenni in possesso di arma, norme severe contro la diffusione dei coltelli, pene più dure per i danneggiamenti di gruppo”, così ha esordito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per commentare la norma, su un video pubblicato sui suoi canali social.

Oggi si fa un passo ulteriore. Cambia il punto di partenza: si presume sempre che un minore sia capace di intendere e di volere. Questa norma colpisce soprattutto chi pensa di essere intoccabile. Serve a punire quei ragazzi che fanno ciò che vogliono perché sanno che tanto non accadrà nulla.

E’ chiaro, la norma da sola non risolve il problema, né quando si parla di giovanissimi si può ragionare solo sul piano della repressione. Questo provvedimento è un tassello, in un percorso molto più difficile e spesso silenzioso. 

Perché un ragazzo di quindici o sedici anni che diventa violento o commette reati, quasi mai ci arriva da solo. Molto spesso c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto. Riempire quel vuoto richiede molto lavoro: sostegno alle famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi, spazi di aggregazione, lotta al degrado, presidi nelle aree più difficili.

E noi stiamo lavorando su tutti questi fronti, perché tutto si tiene insieme. La fermezza senza alternative non basta, ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema. Alcuni risultati si iniziano a vedere, e per questo vogliamo insistere.

Perché uno Stato giusto ha il coraggio di cambiare le regole quando non funzionano. E ha il dovere di essere severo con chi sbaglia, ma anche presente con chi rischia di perdersi. Perché non c’è vera libertà senza responsabilità”, ha concluso.

I casi

In effetti questa norma cambia il modo di “punire” i ragazzi, tra i quattordici e i diciotto anni, che sono violenti a scuola e aggrediscono i docenti. I casi in questo ultimo anno scolastico sono stati in effetti tanti.

In qualche caso anche lo studente aggressore, prima di agire, ha pensato di poterlo fare proprio in quanto minorenne.

Le reazioni dell’opposizione

La norma “criminalizza un’intera generazione”, per il responsabile sicurezza del Pd Matteo Mauri. La segretaria dem Elly Schlein attacca: “Basta con la propaganda, hanno fatto un Cdm senza affrontare il tema della benzina”. Parla di “deriva autoritaria” Angelo Bonelli, di Avs: “Dopo sei decreti sicurezza e il decreto Caivano, il governo ammette che la criminalità minorile è aumentata. La prova del fallimento della destra: più propaganda, più repressione, meno sicurezza”.

Per Save the Children: “La violenza giovanile è una sfida complessa che non può essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti”.

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