Breaking News
Aggiornato il 21.12.2025
alle 22:57

Scuole-progettifici o ambienti educativi?

Ho sempre visto con diffidenza l’intervento della Giustizia nelle scelte scolastiche, soprattutto in sede di valutazione finale, ma devo ammettere, per onestà, che alcuni interventi “scolastici” di persone legate al mondo del potere giudiziario sono più che condivisibili e assai sensati. Una sensatezza spesso non riscontrabile in coloro che sono deputati, dal “Centro” alla “Periferia”, a guidare la scuola (e dovrebbero conoscerla bene).

Per questo non ho potuto che approvare e applaudire le dichiarazioni relative alla formazione scolastica del Procuratore capo di Napoli N. Gratteri espresse durante il podcast “Passa dal BSMT” (condotto da G. Gazzoli). Nel suo ampio intervento il Procuratore ha espresso una posizione critica verso una scuola che moltiplica progetti sulla legalità e, in generale, verso una scuola basata sempre di più su progetti (di ogni tipo) e che si “dimentica” una delle sue funzioni principali (se non la principale): insegnare bene quanto è previsto dal curricolo ufficiale («si sottrae studio alle materie fondamentali come l’italiano, la storia, la geografia – questa nobile disciplina è ormai sparita da tempo – la matematica. La scuola così si trasforma in un “progettificio”»).

Parole sante da sottoscrivere ad occhi chiusi, ma certo non ci voleva una “auctoritas” come il Procuratore Gratteri per constatare con tristezza e forse anche rassegnazione come “stanno le cose” nella scuola. La situazione è sotto gli occhi di tutti gli addetti ai lavori. Si passano anni e anni a creare progetti e a cercare di attuarli, senza sosta o tregua alcuna, “ostacolando” in questo modo gli studenti nell’acquisizione di competenze linguistiche e culturali veramente solide.

La realtà è che molte “forze sociali” vorrebbero inserire (e non poche ci sono riuscite) le “loro” materie (o pseudo-materie) nella scuola all’interno di percorsi curricolari ufficiali. Se non riescono (piano “B”), cercano ugualmente di immettersi nei delicati processi formativi proponendo corsi extra o parascolastici. Corsi non sempre indispensabili per la formazione dei discenti, ma abbastanza attraenti per attrarli e affascinarli (soprattutto in fase di “orientamento”).

Inoltre, in un’epoca di dimensionamento, di inverno demografico e di “lotta” tra le scuole “all’ultimo sangue” per avere il maggior numero di studenti, tali proposte di “formazione alternativa” (spesso superficiali e vane) fanno breccia nel cuore e nella mente di molti Dirigenti scolastici (e anche di docenti), ma anche nell’animo del Ministero dell’Istruzione (e del Merito), che spesso le “impone” (direttamente o indirettamente) alle scuole.

Il risultato di questa “operazione multidimensionale” e assai articolata non è sempre entusiasmante, anzi tutt’altro. I nostri poveri alunni sono costretti a dividersi tra lo studio delle discipline previste dal corso di studi scelto e la realizzazione di continui progetti (cosiddetti) formativi, spesso anche poco attinenti con le discipline “scolastiche”. Una vera fatica, molto spesso improba e dai magri risultati.

Alla fine, per molti, i frutti raccolti (nello studio delle materie e nell’attuazione di grandiosi progetti) sono pochi, effimeri e non troppo formativi. Basterebbe soltanto frequentare coscientemente la scuola e studiare, con impegno e passione, le “normali” materie scolastiche (magari aggiornate nella giusta misura) per aumentare la curiosità di sapere e prepararsi adeguatamente alla vita. Perché spesso questi “progetti” dai nomi altisonanti sono impliciti nelle materie scolastiche (tutte le materie, non solo quelle di “indirizzo”).

Questo non vuol dire arrivare all’abolizione di ogni progetto: significa soltanto decidere, all’inizio dell’anno, di portare avanti pochi progetti (due o tre al massimo) e su base volontaria (senza alcuna costrizione). Quindi corsi formativi extrascolastici veramente validi, scelti dopo un’attenta, coscienziosa e minuziosa analisi delle proposte presentate.

Ma sappiamo bene che il sistema scolastico italiano tende a unire e confondere un po’ tutto. Vuole coniugare tradizione e innovazione, passato e futuro, conservazione e rivoluzione. Sfida ambiziosa e, forse, pretenziosa, dai risultati per nulla sicuri.

Discorso analogo si potrebbe proporre per l’INVALSI (anche questa è progettualità). Le prove INVALSI (obbligatorie), tese – a detta degli organizzatori – a misurare i livelli di apprendimento degli studenti in alcune discipline (discipline importanti) su scala nazionale, sono test discutibili, sia per il merito che per il metodo, in generale lontani o non del tutto compatibili con le didattiche usate nelle scuole, non incidenti sul voto finale né delle classi intermedie né della maturità.

Eppure i dati ottenuti servono per stilare una classifica, a livello nazionale, delle scuole migliori (e dare consigli alle scuole meno performanti). Con tutto il rispetto, non mi sembra il modo migliore per “decidere” chi vale e chi non vale. La qualità formativa di un istituto si riscontra nel tempo, non con poche domande (a risposta chiusa o aperta) rivolte da un computer “intelligente”, una macchina che propone e magari anche giudica.

Ora, visto che al momento (un momento senza fine) non sembra possibile abolire tali prove o diminuirne l’impatto sulla valutazione della scuola, sarebbe meglio, se lo si ritenesse opportuno, cambiare la didattica, la metodologia e i programmi nelle scuole secondo una logica idonea a rispondere correttamente alle richieste delle prove INVALSI. Sarebbe opportuno fare questo, ma speriamo non venga mai fatto.

Leggere, scrivere e fare di conto. Ritorniamo ai fondamentali. O no?

Andrea Ceriani

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate