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Siracusa, il teatro tragico fra tradizione e innovazione

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Non siamo certi del fatto che la cosa sarebbe piaciuta al conte Gargallo, che nel 1914 diede corpo alla magnifica idea di far rivivere il fascino della cultura classica nello splendido scenario del teatro antico di Siracusa, altrimenti destinato alla mera funzione di testimonianza del passato. Siamo convinti, però, del fatto che, centoquattro anni dopo, l’Istituto nazionale del dramma antico abbia imboccato la strada giusta per far sì che la manifestazione aretusea, già da parecchio apprezzata e seguita in maniera massiccia, possa ampliare i propri orizzonti, facendosi “festival”.

Nell’accendere i riflettori sul suo cinquantaquattresimo ciclo, con i primi due debutti di un cartellone denso di succulenti proposte, Siracusa sembra aver accontentato le due anime degli spettatori che animano la cavea del monumento patrimonio dell’umanità, con un colore che scaturisce dalla ‘ola’ improvvisata dai giovani che occupano le pietre più in alto con un entusiasmo da stadio (all’inizio dello spettacolo, poi, tutti seguono in religioso silenzio), dalla ‘mise’ griffata indossata dalla spettatrice che non sa andare a teatro se non con un abbigliamento eccentrico, da un pubblico di persone comuni e giornalisti delle principali testate locali e nazionali, rappresentanti delle istituzioni civili e militari, e gli immancabili vip, con due ex presidenti della Camera, Luciano Violante e Fausto Bertinotti e gli attori Carole Bouquet e Claudio Gioè ad attirare gli sguardi dei più.

La scena, dicevamo, ha accontentato tutti. Da una parte i “puristi”, quelli che pretendono il rispetto dei canoni e dei ‘topoi’ classici, dall’altra quelli che preferiscono il colpo d’ala, che da un’opera teatrale si aspettano anche la soluzione ardita, il tocco di genio, l’irriverenza, se del caso…

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La regista palermitana Emma Dante, nell’affrontare la tragedia euripidea del primo debutto, “Eracle”, ha anteposto la propria personalità artistica, gli stilemi e le soluzioni drammaturgiche che sono il segno facilmente distinguibile del proprio modo di fare teatro, rispettoso della tradizione, sì, ma anche fortemente innovativo e fuori dagli schemi, in sintesi geniale. La Dante crea un mondo e quel mondo si ritrova tra le pieghe del suo disegno scenico, nel quale, in prima istanza, viene ribaltata l’antica consuetudine di affidare i ruoli, senza distinzione di sesso, ad attori maschi.

Qui lei sceglie interpreti tutti al femminile, mentre i coreuti sono maschi. L’eroe del titolo ha già compiuto le sue famose “fatiche” ed è atteso in patria dal padre Anfitrione, dalla moglie Megara e dai tre figli, perché possa liberarli dall’arroganza di Lico, che s’è impadronito di Tebe dopo aver ucciso il re Creonte, padre di Megara. Si libera di Lico, ma, per un capriccio divino…

Lo spettacolo si sviluppa attraverso un andamento agile, quasi grottesco, mescolando elementi antropologici e varie citazioni (disco dance, derviche tournant?…), con un un’intensa, e bella, Megara (Naike Anna Silipo), cui fa da contrappunto un Anfitrione volutamente sopra le righe (è la brava Serena Barone), mentre Mariagiulia Colace dà la propria irruente fisicità ad Eracle.

Completano il cast, in un ottimo amalgama corale, Patricia Zanco, Carlotta Viscovo, Francesca Laviosa, Arianna Pozzoli, Katia Mirabella, Sena Lippi e Isabella Sciortino, le danzatrici Silvia Giuffrè, Sabrina Vicari e Mariella Celia, per il disegno coreografico di Manuela Lo Sicco, e le due musiciste Marta Cannuscio e Serena Ganci, la quale, oltre a firmare le musiche, presta la propria bella voce dal vivo. La lineare e bianca scena è di Carmine Maringola, i costumi di Vanessa Sannino. Samuel Salamone guida il coro con Alessandro Accardi, Mauro Cappello, William Caruso, Antonio Cicero Santalena, Alessandro Di Feliciantonio, Giacomo Lisoni, Andrea Maiorca, Roberto Mulia, Salvatore Pappalardo, Stefano Pavone e Riccardo Rizzo.

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Con l’”Edipo a Colono” di Sofocle, il regista greco-francese Yannis Kokkos (che ha progettato anche la scenografia) ha fatto un’operazione assai raffinata, dotata dell’opportuno pathos, recitata da un cast di altissima scuola, molto rispettosa della tradizione del teatro tragico classico, diretta con mano in pari delicata e forte. Già cieco, appesantito dall’età e dal rimorso per i terribili misfatti commessi – inconsapevole ha sposato la propria madre ed ha ucciso il proprio padre – il vagabondo Edipo, accompagnato dalla figlia Antigone, giunge a Colono, dove dovrà chiudere la sua vita, come previsto da un oracolo. Viene raggiunto dall’altra figlia, Ismene, che lo informa della discordia fra i figli Polinice ed Eteocle per il dominio sulla città di Tebe. Sono ancora gli dei ad intervenire e ad influire sulle vicende umane.

Al dettato registico di Kokkos risponde uno straordinario Massimo De Francovich, che è Edipo, un’eccellente Roberta Caronia che delinea la figura di Antigone, un misuratissimo e assai convincente Sebastiano Lo Monaco nel ruolo di Teseo. E ancora Stefano Santospago, Danilo Nigrelli, Fabrizio Falco, Sergio Mancinelli, Eleonora De Luca e Davide Sbrogiò, il corifeo alla guida di Massimo Cimaglia, Francesco Di Lorenzo, Lorenzo Falletti, Tatu La Vecchia, Eugenio Maria Santovito, Carlo Vitiello, con la partecipazione degli allievi della scuola del dramma antico intitolata all’indimenticato Giusto Monaco.

Unificate dal denominatore comune del senso del potere con tutte le sue implicazioni, che, mutuato dalla classicità, fa ovviamente riflettere sul presente, e al di là delle implicazioni e dei tanti strati di lettura a cui si prestano, “Eracle” ed “Edipo a Colono”, che, sia detto per inciso, sono fra i testi meno frequentati, risultano complementari e meritano. Lo attestano i calorosi applausi con cui sono state accolti al loro debutto

Le due tragedie vengono replicate, a giorni alterni, con inizio alle 18.45, fino al 24 giugno. Poi sarà dato spazio alla commedia con la messinscena, dal 29 giugno all’8 luglio, di “I cavalieri” di Aristofane, regista Giampiero Solari, interpreti Francesco Pannofino, Gigio Alberti, Antonio Catania, Giovanni Esposito, Sergio Mancinelli e Roy Paci in un’inedita interpretazione del ruolo del corifeo, con gli allievi del secondo e terzo anno della scuola dell’Inda ad infoltire il Coro.