Ascoltando oggi la rassegna stampa internazionale è stato impossibile non pensare che i media paiono essersi trasformati in una grande fiera degli armamenti. E ciò proprio il giorno successivo al 5 marzo, data in cui si è celebrata la IV giornata internazionale del disarmo e della non proliferazione degli armamenti.
Articoli e articoli sui sistemi d’arma, sui droni, sui missili, sulle strategie militari. Spesso senza alcun riferimento ai morti, alle vittime, alle vite distrutte. Spesso civili inermi. Lo fa oggi – ed è una eccezione Domenico Quirico su La Stampa con un articolo davvero denso di pietas e dolente umanità.
Molto interessante è poi la riflessione di Massimo Recalcati che su Repubblica firma un approfondimento intitolato Educare all’odio? che parte spiegando che “l’odio è il fondamento passionale di ogni guerra”. E continua motivando come la passione dell’odio altro non sia che la “passione dell’Uno che vorrebbe escludere il Due sino al colmo della sua distruzione” perché “distruggere il nemico significa infatti distruggere innanzitutto l’esperienza del proprio limite che il Due costituisce” e quindi la soppressione di tutto ciò è altro da me.
Ma come interrompere la catena dell’odio? Il punto di partenza è nel monito evangelico che chiede di “amare i propri nemici”. Messaggio scabroso: “la fratellanza non è affatto un’esperienza di assimilazione, di uniformazione e, a rigore, nemmeno di condivisione. Amare il nemico significa infatti amare chi non è a nostra disposizione, chi sfugge al nostro governo, chi non può mai essere assimilato al nostro Io”.
Da qui la domanda centrale posta da Recalcati: se “il nemico diventa un bersaglio, un’alterità da disprezzare o da annientare, di fronte alla quale ribadire la propria superiorità morale, etica, razziale o culturale. Saremo dunque responsabili davanti alle nuove generazioni di avere sostenuto una cultura della guerra e dell’odio al posto di una cultura radicale dell’amore? Non è forse questo il grande, immenso, compito dell’educazione? Non a caso guerra e scuola sono profondamente antagoniste”.
La storia del Novecento ci ha insegnato, così come ogni regime totalitario, che “la missione democratica della scuola viene avvelenata e distorta dal virus dell’ideologia e dall’indottrinamento che prende il posto dell’educazione alla legge plurale della parola, alla legge del Due”.
“La funzione prima della scuola – continua Recalcati – non è quella della trasmissione del sapere, ma quella della formazione della vita alla sua dimensione costitutivamente plurale, all’esperienza del Due e non dell’Uno-tutto-solo. Per questo, tutte le ideologie totalitarie snaturano la vocazione democratica della Scuola facendone un’officina di guerra e di indottrinamento, sottomettendola al servizio dell’odio”.
Il monito e le riflessioni dello psicanalista Massimo Recalcati sono particolarmente importati e sfidanti in questi tempi. E in questi giorni, dove molte maestre e maestri, guardando gli alunni della loro classe, si saranno chiesti come rispondere agli occhi che chiedono spiegazione, ad esempio, sulla morte di oltre 150 bambine iraniane a Minab, nella scuola bombardata dalla aviazione israelo/statunitense.
E’ la terribile sfida dell’educazione in questi tempi difficili. Come insegnare e sperimentare il valore del Due, dell’altro? Come evitare che l’odio si incunei negli interstizi delle relazioni? Come imparare ad interrompere la spirale di odio?
Forse anche iniziando a chiamare per nome le vittime, i morti e le morte. Chiudendo idealmente i loro occhi spalancati davanti all’assurdo della morte recitando il loro nome, come scrive oggi stupendamente Domenico Quirico. E poi sbellicandoci, ovvero iniziando a toglierci dalla testa la guerra. E l’esaltazione dei suoi strumenti di morte. Delle sue strategie, dei suoi rituali.