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20.10.2026
Aggiornato alle 13:13

Social media, l’accesso precoce penalizza il rendimento scolastico: fino a sei mesi di apprendimento in meno

A che età è opportuno consentire a bambini e ragazzi di accedere ai social media? È una domanda che coinvolge sempre più famiglie, insegnanti e istituzioni, in un dibattito spesso caratterizzato da indicazioni contrastanti e poche certezze scientifiche. A offrire nuovi elementi di riflessione è uno studio pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour (ripreso da Giovanni Abbiati, Marco Gui e Chiara Respi sul portale LaVoce.info), che analizza il rapporto tra l’età del primo accesso ai social network e il rendimento scolastico di oltre 5mila studenti italiani.

La ricerca individua un effetto negativo e significativo dell’accesso precoce sulle competenze in italiano e matematica durante il percorso scolastico. Il divario rispetto ai coetanei che iniziano a utilizzare i social più tardi può arrivare a un livello equivalente, secondo alcuni parametri della letteratura sull’istruzione, a circa sei mesi di apprendimento. Un risultato che contribuisce a chiarire una questione centrale nel confronto sull’impatto delle tecnologie digitali sui minori: non conta soltanto quanto tempo trascorrono online, ma anche quando cominciano a utilizzare queste piattaforme.

Il divario emerge alle medie

Lo studio si distingue per la durata dell’osservazione, otto anni, e per l’impiego di tecniche statistiche di inferenza causale, utilizzate per isolare il più possibile l’effetto dei social da quello di altri fattori, come le condizioni socioeconomiche delle famiglie.
I ricercatori hanno combinato le informazioni raccolte attraverso questionari agli studenti delle scuole superiori, comprese quelle sull’età di apertura del primo account social e sull’arrivo del primo smartphone, con i risultati delle prove Invalsi di italiano, matematica e inglese. Le competenze sono state misurate in quattro momenti: seconda e quinta primaria, terza media e seconda superiore.

Il confronto più significativo riguarda gli studenti che hanno aperto un profilo social in prima media e quelli che hanno atteso almeno fino alla prima superiore. Fino alla quinta primaria, i due gruppi presentano traiettorie di apprendimento simili. Le differenze emergono successivamente: in terza media, chi ha iniziato prima registra risultati inferiori di circa 0,2 deviazioni standard in italiano e matematica. In seconda superiore, il divario in italiano rimane stabile, mentre quello in matematica si amplia.

L’assenza di differenze significative nelle prove sostenute prima dell’accesso ai social rafforza l’interpretazione dei risultati. Non tutte le competenze, tuttavia, sembrano risentire allo stesso modo del fenomeno: per l’inglese non emerge un effetto negativo statisticamente significativo. Una possibile spiegazione è l’esposizione frequente alla lingua attraverso i contenuti fruiti online, che può offrire occasioni di apprendimento informale.

Distrazione e sonno tra i fattori di rischio

Quali meccanismi possono spiegare il peggioramento dei risultati scolastici? I dati non consentono di individuare con certezza una relazione tra specifici comportamenti e perdita di competenze, ma suggeriscono alcune piste.
La pervasività dello smartphone nella vita quotidiana è associata a risultati scolastici più bassi. In particolare, assumono rilievo l’utilizzo dei social durante lo studio, al risveglio e prima di addormentarsi. Si tratta di momenti nei quali le notifiche e il richiamo continuo dei contenuti possono interferire con la concentrazione e con il riposo.
La distrazione durante i compiti e la riduzione della qualità o della durata del sonno rappresentano quindi due possibili spiegazioni del divario osservato. Non sono però le uniche: potrebbero intervenire anche la progressiva perdita di interesse per l’apprendimento o il tempo sottratto ad altre attività quotidiane. Saranno necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio il peso di ciascun fattore.

Educazione digitale e regole per le piattaforme

Di fronte a questi risultati, la risposta non può limitarsi a lasciare alle famiglie la responsabilità di gestire l’accesso dei figli al mondo digitale. L’educazione alla cittadinanza digitale nelle scuole può aiutare bambini e adolescenti a comprendere i rischi di un utilizzo poco consapevole dei social e a sviluppare abitudini più equilibrate. A questo intervento dovrebbero affiancarsi iniziative rivolte ai genitori, per sostenerli nelle scelte relative all’età di accesso e ai tempi di utilizzo.

La componente educativa, tuttavia, da sola potrebbe non essere sufficiente. Un secondo fronte riguarda la regolamentazione delle piattaforme, in particolare dei meccanismi progettati per trattenere gli utenti il più a lungo possibile. Il feed infinito, la riproduzione automatica dei contenuti e gli algoritmi di raccomandazione personalizzata possono favorire sessioni prolungate e rendere più difficile interrompere la navigazione.
Un ulteriore intervento riguarda le norme sociali e le politiche pubbliche capaci di favorire un accesso più tardivo allo smartphone e ai social media. Per essere efficaci, queste misure devono essere accompagnate da motivazioni comprensibili, strumenti concreti e un’applicazione coerente.

Il recente EU Kids Act si inserisce nel confronto europeo sulla protezione dei minori negli ambienti digitali. La sua efficacia dipenderà anche dalle modalità con cui le misure saranno tradotte in pratica.

Il messaggio che emerge dalla ricerca non è che ogni utilizzo dei social sia necessariamente dannoso, né che la tecnologia debba essere esclusa dalla vita dei più giovani. È piuttosto un invito a considerare l’età del primo accesso come una variabile importante e a non sottovalutare gli effetti che le abitudini digitali possono avere sul percorso scolastico. Tra responsabilità individuale e intervento pubblico, la sfida è costruire un ambiente digitale che non comprometta le opportunità di apprendimento delle nuove generazioni.

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