Molti giovani fanno fatica a seguire le lezioni e a raggiungere risultati positivi a scuola: le prove Invalsi e i dati Ocse-Pisa forniscono indicazioni chiare, con circa la metà degli studenti in età di obbligo formativo che stentano in discipline base come la lettura e la comprensione dei testi, per non parlare della matematica. Tutto cambia quando però si tratta di acquisire modalità di gestione e procedure telematiche: sui social media i giovani della Generazione Z (tra i 14 e i 29 anni) risultano in prima linea, veri protagonisti e super attivi.
Secondo l’analisi McKinsey sul sentiment dei consumatori attraverso sondaggi in cinque mercati, i percorsi d’acquisto risultano sempre più guidati dalla tecnologia, anche nel gestire la salute.
I social media stanno assumendo un’importanza crescente in ogni fase del percorso d’acquisto, con gli under 29 veri protagonisti: il 28% utilizza già strumenti di AI generativa per fare acquisti, contro il 16% dei baby boomer (i nati tra tra il 1946 e il 1964), e il 60% utilizza regolarmente le panoramiche AI nei motori di ricerca, contro il 29% dei baby boomer.
La tecnologia, scrive l’Ansa, rende accessibili e misurabili un numero crescente di aspetti della salute. Il 75% della Gen Z e il 73% dei Millennials dichiara di utilizzare strumenti come smartwatch, monitor continui del glucosio e fitness tracker, contro il 55% della Gen X (tra i 46 e i 61 anni) e il 32% dei baby boomer.
Tra il 2023 e il 2025, il mercato globale delle esperienze è cresciuto del 2,6%, a un ritmo simile a quello precedente al Covid-19. Nello stesso periodo, invece, i beni non essenziali sono cresciuti solo dello 0,8%, contro il 2,3% del periodo 2015-2019.
Nel contempo, cresce anche il riutilizzo e la riduzione degli sprechi: l’82% utilizza i prodotti più a lungo prima di sostituirli, il 69% li ripara invece di buttarli e il 68% dichiara di ridurre attivamente gli sprechi.
Si stanno poi diffondendo modelli di consumo alternativi, come il recommerce: il 30% acquista abbigliamento di seconda mano, oltre il 20% fa lo stesso in altre categorie e quasi la metà dichiara di fare autonomamente servizi per i quali in precedenza era disposta a pagare.