Una studentessa calabrese di quarto liceo, in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, racconta la fatica di vivere la scuola come un luogo di pressione continua. Non rifiuta lo studio, anzi: ama i libri, la cultura, la conoscenza. Proprio per questo, dice, il suo non è uno sfogo contro l’apprendere, ma contro un sistema che sembra aver smarrito il senso educativo del proprio compito.
La ragazza si definisce “stanca”. Non della scuola in sé, ma di essere vista come un voto, di affrontare verifiche quotidiane già a novembre, di non avere più tempo per leggere qualcosa che non sia un compito. Una stanchezza che molti adolescenti condividono e che non andrebbe liquidata con frasi come “non avete voglia di studiare” o con il confronto con la “scuola di una volta”. Nel 2025, ricorda, non possiamo più prendere a modello metodi rigidi che mortificavano gli studenti.
C’è un passaggio che merita attenzione: l’Italia è tra i Paesi europei con il più alto tasso di abbandono scolastico. Come stupirsene, scrive, se la scuola smette di essere un luogo di crescita e diventa un posto da cui scappare? Il rischio è reale: tra programmi vasti, carichi di lavoro sempre più pesanti e una cultura valutativa centrata sul numero, il benessere degli studenti finisce spesso in secondo piano.
La studentessa conclude ricordando che gli adolescenti non sono macchine che devono memorizzare informazioni. Vogliono studiare, ma anche vivere mentre imparano. Il suo appello non è contro la scuola, ma per una scuola più umana. E forse proprio dalle loro parole può partire il cambiamento.
Sono una studentessa del quarto anno di un liceo classico in Calabria. Prima di iniziare, vorrei chiarire una cosa: amo lo studio, la cultura, i libri e la conoscenza in tutte le sue forme. Lo scrivo perché troppo spesso, quando un adolescente prova a criticare il sistema scolastico, viene liquidato con frasi come «voi giovani non avete voglia di studiare» o «la scuola di una volta era diversa, che ne sapete voi».
A me non interessa della scuola di una volta, perché credo che nel 2025, quasi 2026, non si possa ancora fare il confronto con metodi rigidi che mortificavano gli studenti, e prenderli come esempio.
Io sto cercando ascolto e comprensione.
Sono stanca. E so per certo che non sono l’unica.
Sono stanca di non essere vista come una persona, ma come un voto che sembra valere più del mio nome. Sono stanca di affrontare già a novembre così tante verifiche ogni giorno. Sono stanca di vivere la scuola come un luogo di pressione costante, invece che come un luogo di crescita e confronto.
Studiare è fondamentale, ma nessuno parla del fatto che, schiacciati dal carico di compiti, non abbiamo nemmeno il tempo di fermarci a chiedere a noi stessi cosa ci piace davvero. Perfino il semplice piacere di leggere qualcosa che non sia un compito assegnato, diventa impossibile.
Ci stupiamo quando ci dicono che l’Italia è il quinto tra i Paesi europei con il tasso più alto di abbandono scolastico precoce. Ma come possiamo meravigliarcene, se la scuola smette di essere un luogo in cui si cresce e diventa un luogo da cui scappare?
Questo sistema ha bisogno di essere rinnovato. Perché noi studenti non siamo macchine che devono memorizzare informazioni: siamo adolescenti che hanno il diritto di studiare, dobbiamo imparare, ma dobbiamo anche vivere, mentre impariamo.