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Spostamenti al sud: ma i decreti non valgono anche su treni e pullman?

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Già la “fuga di notizie” sulla bozza del Dpcm che pone limitazioni allo spostamento delle persone all’interno di tutto il territorio nazionale aveva provocato un esodo dal nord (principalmente dalla Lombardia) verso le regioni del sud Italia, soprattutto dalle stazioni ferroviarie e da quelle dei pullman, di molte decine di migliaia di persone (di cui solo una parte, purtroppo ovviamente, lo ha segnalato alle autorità competenti per i dovuti controlli e isolamento domiciliare), che si aggiungevano a quelle persone (soprattutto in quel caso studenti universitari) che erano già rientrate dopo l’annuncio della chiusura di scuole e università in regioni del nord.

Come sarebbe stato possibile controllare e gestire l’esodo di persone da nord verso il sud

Gravissima quella “fuga di notizie” (si doveva prevedere cosa sarebbe potuto succedere ed infatti è successo) ma se vogliamo ancora più grave, anche se numericamente inferiore, l’ondata di rientri dal nord al sud nel fine settimana, con punte nella serata del 13 marzo. Più grave perché già il governo aveva imposto le limitazioni necessarie a contenere il diffondersi del virus, sacrifici (in un momento peraltro di timore diffuso) che la popolazione sta nella stragrande maggioranza affrontando disciplinatamente (come è doveroso fare), che rischiano di essere compromessi da comportamenti in taluni casi irresponsabili ma anche da una gestione che a qualcuno appare “contraddittoria”. Cioè, gli spostamenti sono limitati (tramite autocertificazione da verificare) per “comprovate esigenze lavorative”, per “situazioni di necessità”, per “motivi di salute” (ed è assai improbabile… che da nord a sud la gente si sia spostata per tale motivo: è tristemente ben noto che i cosiddetti “viaggi della speranza” vengono fatti in direzione opposta!) nonché “per rientro presso il proprio domicilio, abitazione e residenza”.

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Scartati i primi tre motivi resterebbe il quarto, anche se occorrerebbe intendere a cosa si riferisse il Dpcm: rientro da regioni diverse o rientro dopo uscite per i primi tre motivi? Ammettiamo che faccia parte di questa categoria anche il rientro da altre regioni, allora comunque chi si è spostato deve avere la residenza o abitazione (non seconda casa, questo è espressamente vietato) nel comune dove approda, oppure ha infranto la legge: ciò è stato controllato?

Ora, io posso capire che persone che magari lavoravano fuori da precari o studenti universitari (con lezioni d’aula sospese e affitti da pagare) possano pensare di voler tornare a casa. Ma allora perché non organizzare i rientri? Cioè non era possibile dire con chiarezza: chiunque voglia rientrare (avendone il diritto) faccia una espressa domanda alle autorità e sarà prima controllato in partenza e poi “tracciato” (con questo sistema sarebbe stato possibile per tutti) all’arrivo? Magari si potevano prevedere partenze scaglionate per evitare assembramenti e sovraffollamenti sui mezzi di trasporto e consentire migliori possibilità organizzative nelle regioni di arrivo.

Gli appelli accorati dei governatori delle regioni meridionali

Di fronte alle proteste accorate dei governatori del sud (si vedano le dichiarazioni di Michele Emiliano, governatore della Puglia) e agli avvertimenti di tanti medici, mi stupisce che da fonti governative si dica (riporta il virgolettato in altro articolo pubblicato su questo sito):  “Non si possono bloccare tutti i trasporti, altrimenti non si riuscirebbero a garantire i servizi essenziali e ad evitare che il Paese si fermi totalmente. Per questo – sottolineano fonti di Palazzo Chigi consultate dall’agenzia Dire – va fatto uno sforzo in più da parte di tutti. Anche da parte di chi lavora o studia in un’altra regione diversa dal luogo dove ha la propria famiglia o la residenza: non si sposti. Se si vuole davvero bene ai propri cari, e per il bene di tutti, vanno evitati questi viaggi”. Che significa “garantire i servizi essenziali ed evitare che il Paese si fermi totalmente”? I servizi essenziali sono le merci trasportate, immagino, e che c’entra con il trasporto delle persone, oppure si fa riferimento a certi film western anni ’50 e ’60 o magari a film ambientati nel dopoguerra o in zone povere del mondo  in cui, rispettivamente, “avventurieri” si attaccavano ai treni o ragazzini montavano sul retro dei vecchi pullman?!?

Questo è il momento della responsabilità di tutti”, si diceva nelle frasi attribuite a fonti governative dall’agenzia Dire. Già, proprio così, e affidarsi al “buonsenso” dei singoli soggetti non sempre paga.

Poi i toni si sono un poco inaspriti, per esempio l’assessore regionale alle infrastrutture della regione SiciliaMarco Falcone, dopo l’ulteriore notevole flusso di partenze dalla Lombardia ha detto: “Gli enormi sacrifici che gli italiani hanno accettato di compiere per fermare il coronavirus rischiano di essere vanificati dalle zone d’ombra del decreto #iorestoacasa come il mancato blocco dei treni. Nelle ultime ore, infatti, sembra che sia ripreso il flusso di viaggiatori che lasciano le regioni del Nord per raggiungere il Mezzogiorno”.

Nel frattempo, secondo i test effettuati in una struttura sanitaria della provincia di Messina, due casi, uno riferito ad una persona rientrata dal nord Italia, si sarebbero verificati persino nell’isola eoliana di Salina (si attende ancora la conferma da parte di uno dei centri regionali di riferimento), dove al più penso ci sia una “guardia medica” e peraltro il nosocomio del centro della vicina Lipari è stato da anni depotenziato. Segnaliamo la notizia soltanto per evidenziare le condizioni ancora più precarie a livello sanitario delle isole minori, per la cui situazione urge a maggior ragione una serie di controlli preventivi. E il presidente della regione siciliana, Musumeci, aveva espresso preoccupazione  perché le persone accertate (ma non si sa il dato totale) che erano rientrate in Sicilia dal nord Italia erano nel frattempo salite ad oltre 30mila, sollecitando al ministro dell’Interno “maggiori controlli”.

Allora ecco che il Ministero dei trasporti ha disposto il blocco dei treni notturni a lunga percorrenza. Quindi ha convenuto che bisognava intervenire, e allora perché non farlo prima? A parte che temo che anche se si viaggia di giorno il rischio resta sempre notevolissimo!

Garantita la distanza di sicurezza durante gli spostamenti? E la tracciabilità di chi si è messo in viaggio? Per tutelare sia le regioni del sud che quelle del nord quando le stesse persone ritorneranno ai luoghi di studio e di lavoro

E poi si vorrebbe sapere come è stata garantita la distanza di almeno un metro tra i passeggeri dei treni (dell’esodo del 13 marzo non ho visto foto, ma per quello del precedente fine settimana le immagini sono eloquenti e anche se non erano ancora state stabilite le norme per limitare gli spostamenti già si sapeva benissimo che occorreva mantenete una distanza di almeno un metro l’uno dall’altro) e soprattutto degli autobus (in quel caso a lunga percorrenza). E chi lavora su questi mezzi di trasporto non deve essere stato… felicissimo!

Molti si chiedono: devo stare giustamente in casa, non vedere magari genitori anziani, sono tenuto ad autocertificare anche se vado a comprare il pane, e poi non si riflette sul fatto che decine di migliaia di persone che provengono da zone dove purtroppo il virus è ampiamente e drammaticamente diffuso scendono al sud e spesso non sono neppure più tracciabili? Rendendo persino pericoloso per il nord nelle settimane future una loro risalita dello “Stivale” se il quadro si dovesse compromettere al sud. Ripeto, si potevano organizzare con buonsenso i rientri ritenuti legittimi e umanamente comprensibili.

Le carenze delle strutture sanitarie al sud Italia, che certamente anni di tagli e austerity non hanno agevolato

E si sa che le regioni del sud dal punto di vista sanitario non hanno mezzi e strutture analoghe a quelle delle regioni del nord, e la gestione di emergenze assai diffuse numericamente (per intenderci come quelle della Lombardia) sarebbe problematica.

A proposito, ho sentito dire ad un giornalista ed “opinionista” televisivo, che in passato avevo molto stimato, che in fondo i governatori delle regioni del sud devono prendersela con la cattiva gestione della sanità nei loro territori. A parte che i tagli a personale e strutture (nell’ottica dell’austerity) hanno determinato guasti incredibili (nella scia tracciata dal neoliberismo ottuso e a volte criminale), ma anche quando la gestione della sanità sia stata inadeguata nelle regioni del Mezzogiorno (e particolarmente in alcune di loro lo è stata, ma magari in qualche caso i governatori non erano neppure quelli di adesso) ai cittadini si potrebbe dire: ora arrangiatevi, affari vostri?!? Qui si parla tra l’altro di prevenzione. Se si devono fare i conti, si facciano, ma dopo. Io sicuramente sono perché i conti “vengano regolati”, non solo e non tanto tra i confini italici, ma soprattutto con chi nel sistema globale ha preso decisioni a favore degli interessi delle multinazionali e della finanza speculativa (costoro non possono/non devono gestire “il futuro” dopo 20/30 anni di danni alle classi medie e povere della popolazione, all’economia reale, al clima, alla cultura).

Ritornando al discorso sull’emergenza sanitaria nel nostro Paese, certo non era semplice da gestire, si sono dovute prendere decisioni non facili, ma parlare ora di “modello italiano” per gli altri (a proposito: grazie per la solidarietà, soprattutto iniziale, da parte di diversi Paesi dell’Unione europea‼) mi pare francamente un po’ esagerato. A meno che non si voglia dire che abbiamo fatto “da apripista” sperimentando come gestire situazioni emergenziali. Ma di questo avremmo fatto a meno.

L’importanza di prevenire, anche prendendo le decisioni in modo riflessivo ma tempestivo. E un grazie a tutto il personale sanitario

Una cosa vorrei infine dire: quando a Palermo si ebbe il primo caso di Covid-19 tra i turisti bergamaschi che alloggiavano in un hotel del capoluogo siciliano (a proposito, fu ricoverata una signora e risultò positivo anche il marito e un altro della comitiva, se ben ricordo, ma non il resto del gruppo, che fortunatamente fu tenuto in “quarantena” nell’albergo, perché una decina di giorni dopo risultarono contagiate altre persone di quel gruppo: ciò dimostra che un primo tampone potrebbe non bastare, e tanto meno un sommario controllo della temperatura, ma le persone “a rischio” vanno monitorate), dicevo quando si verificò quell’evento, subito io (modesto e semplice cittadino) pensai che un grosso problema poteva esserci per chi transitava dall’aeroporto di Orio al Serio, perché crocevia di partenze e arrivi per tantissima gente non soltanto delle province orientali della Lombardia, ma anche di zone del Veneto e non solo. Purtroppo oggi risulta che Bergamo è la provincia con più persone colpite dal virus, seguita da Brescia. Ma si sa, qualcuno “reclama” le classi 2.0, dove però non ci sono più le vecchie, care cartine geografiche di una volta appese al muro, ma alla Protezione civile penso le abbiano ancora.

Infine, un grandissimo grazie a tutto il personale sanitario, ai medici e agli infermieri in prima fila, e ai tanti volontari e uomini e donne di “buona volontà”. E spero anche che qualche luminare della scienza medica, che magari ha studiato in quel tipo di scuola formativa (in cui le competenze seguivano le necessarie conoscenze che si acquisiscono con i bravi insegnanti e con lo studio) ritenuto da qualcuno un modello superato (ma che invece non potrà esserlo mai), lavorando in silenzio in un laboratorio venga fuori un giorno non lontano annunciando se non un vaccino almeno una cura che darà il conforto di cui tutti abbiamo bisogno.