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Aggiornato il 19.01.2026
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Studente accoltellato a La Spezia, lo psicologo Lavenia: “Non è raptus, ma esito di un processo lungo e silenzioso”

“Un coltello portato da casa e usato in un’aula non è un gesto improvviso. Non è un raptus. È l’esito finale di un processo lungo, silenzioso, spesso ignorato”. A intervenire sulla vicenda dello studente accoltellato e ucciso a La Spezia, in Liguria, è lo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Lavenia. Il ragazzo, sottolinea l’esperto, “è stato ucciso a scuola. Non in strada, non in un contesto criminale, ma tra i banchi. Questo dato, da solo, dovrebbe bastare a interrompere ogni riflesso difensivo e ogni spiegazione frettolosa”.

“Gesti che non prevedono ritorno”

“Davanti a una morte così, la domanda non può essere soltanto ‘che cosa è successo quel giorno’, prosegue Lavenia, che è anche presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche. “La domanda più onesta e necessaria è: perché oggi succede. Perché sempre più ragazzi arrivano a gesti che non prevedono ritorno. Perché, di fronte al conflitto, non trovano più parole ma azioni irreversibili“.

“La mente si spegne e il corpo comanda”

Alla base del problema, dice ancora Lavenia, c’è un tema sociale. “Viviamo in un tempo che ha drasticamente ridotto la tolleranza alla frustrazione. La rabbia non viene più pensata, viene scaricata. L’umiliazione, dice ancora Lavenia, “non viene elaborata, viene colpita. Il fallimento non viene attraversato, viene rifiutato”. Il risultato è che “quando l’emozione supera la soglia, la mente si spegne e il corpo prende il comando. La scuola dovrebbe essere il luogo del confine: non solo dell’apprendimento, ma della tenuta emotiva e relazionale“.

“Adulti incerti che temono il conflitto”

Un luogo, prosegue il presidente dell’associazione “Di.Te”, “in cui si impara che non tutto è possibile, che esistono limiti, che l’altro non è un bersaglio”, Ma un limite, avverte l’esperto, “funziona solo se chi lo rappresenta riesce a reggerlo. Non basta dichiararlo. Bisogna sostenerlo, anche quando è faticoso“. Oggi, dice Lavenia, “molti ragazzi crescono osservando adulti incerti, che spiegano molto e tengono poco, che temono il conflitto, che confondono il contenimento con l’autoritarismo e il limite con la punizione”.

“Comprendere non significa giustificare”

“Quando il confine vacilla, il messaggio che passa è semplice e devastante”, soggiunge lo psicologo,”non c’è nessuno che tiene. In questo vuoto, il coltello non è solo violenza. È una forma primitiva di regolazione emotiva. Dà l’illusione di controllo quando dentro c’è caos, di potere quando ci si sente insignificanti, di identità quando non si sa più chi si è. Comprendere questo non significa giustificare“, conclude Lavenia, “ma impedire che la realtà venga ridotta a una formula rassicurante”. Con tutte le conseguenze del caso.

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