In Italia, l’integrazione scolastica non è più un fenomeno marginale ma un fatto abituale. Nell’anno scolastico 2022/23 erano infatti quasi 915mila gli studenti con cittadinanza non italiana iscritti in un istituto scolastico della nostra Penisola. E in oltre il 65% dei casi si trattava di ragazzi nati nel nostro Paese. I dati sono stati pubblicati nel Rapporto ONC-CNEL sull’immigrazione 2025 “Conoscere per includere”, presentato il 18 dicembre a Villa Lubin a Roma.
Secondo le analisi del ministero dell’Istruzione e del Merito, con elaborazioni di Fondazione ISMU, vale la pena ricordare, per meglio inquadrare la tendenza, gli studenti con cittadinanza non italiana rappresentano una parte consistente dei nostri allievi: sono ormai l’11,2-11,6% dell’intera popolazione scolastica, variando tra scuole dell’infanzia e secondarie di II grado.
In un panorama di iscritti in calo esponenziale, per via del tasso demografico in caduta libera, gli studenti non italiani rappresentano anche, assieme agli alunni con disabilità, l’unico raggruppamento numericamente in crescita.
E questo trend non è casuale: dopo un lieve calo durante la pandemia, la presenza di alunni stranieri è infatti tornata a crescere, anche grazie all’arrivo di profughi ucraini e ad altri flussi migratori entrati nei confini del Belpaese.
I dati scolastici, riportati dall’Ansa, mostrano anche che la presenza crescente di studenti stranieri non si traduce automaticamente in parità di risultati; perché il ritardo scolastico colpisce i ragazzi con cittadinanza non italiana in misura molto più alta rispetto agli italiani.
I dati ufficiali ci dicono che – a causa di rilevanti variabili socio-economiche e linguistiche – a lasciare gli studi prematuramente sono in media il 26,4% di alunni non italiani, contro il 7,9% nella popolazione studentesca complessiva.
E per chi arriva in Italia in età più avanzata, fa notate l’Istat, i tassi di dispersione scolastica risultano più alti rispetto a chi cresce in Italia.
Vai poi detto che anche l’accesso all’università resta piuttosto modesto: solo il 3,9% degli studenti universitari è di origine straniera, un che sottolinea come il gap formativo tra giovani italiani e non italiani si allarga ulteriormente con il proseguimento degli studi.
Una rilevazione pubblicata da ‘9 Colonne’, incentrata sui risultati Invalsi 2025, ha rivelato che gli studenti con passato migratorio continuano a incontrare difficoltà più marcate nei livelli di apprendimento rispetto ai coetanei nativi. Pur diminuendo leggermente nel corso degli anni scolastici, il divario nelle competenze di italiano e matematica rimane ancora significativo, specialmente tra studenti nati all’estero e quelli di seconda generazione: nella scuola primaria i figli di immigrati risultano fino a 20 punti percentuali sotto i livelli attesi in italiano e oltre 8 punti in matematica, evidenziando la persistenza di un deficit di apprendimento persistente già nelle prime fasi scolastiche.
Inoltre, l’esperienza educativa e la soddisfazione soggettiva degli studenti di origine straniera risultano correlate alle loro performance: una ricerca condotta da studiosi dell’Universitò La Sapienza evidenzia che il benessere percepito a scuola ha un impatto positivo più forte sul rendimento degli studenti migranti rispetto ai loro coetanei italiani, suggerendo l’importanza di un’organizzazione scolastica che non si fermi all’accesso all’istruzione, ma che guardi ad un apprendimento più inclusivo e di qualità che guardi ai bisogno contemporaneamente di ognuno e di tutti gli alunni.
Sul piano organizzativo e didattico, l’Unione Europea, in collaborazione con le istituzioni italiane, ha riconosciuto il ruolo cruciale dell’integrazione linguistica per il successo scolastico: una norma introdotta nel 2024 prevede, infatti, l’assunzione di migliaia di docenti specializzati nell’insegnamento della lingua italiana – L2 – all’interno di classi con alta presenza di studenti stranieri. Grazie anche a degli accordi con i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti, noti come Cpia, è possibile stabilire dei piani didattici personalizzati. Nella convinzione che investire nell’insegnamento dell’italiano comporti, alla lunga, una importante riduzione dei divari educativi.
I dati territoriali indicano anche che la distribuzione di studenti non italiani è disomogenea: le regioni del Nord mostrano le concentrazioni più alte, mentre al Sud e nelle grandi isole la quota resta più bassa.
Questo riflette modelli demografici, dinamiche migratorie e opportunità socio-economiche differenziate tra i territori. E comporta sfide in termini di risorse scolastiche, politiche di integrazione e servizi di supporto perchè si giunga all’obiettivo dell’apprendimento generalizzato della nostra lingua.
Ma l’investimento non coinvolge solo la scuola: l’Istat evidenzia anche che la condizione economica gioca un ruolo centrale. L’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie con almeno un componente straniero è del 30,4%, e sale fino al 35,2% per quelle composte esclusivamente da cittadini stranieri, contro il 6,2% tra le famiglie solo italiane.
Infine, l’aumento delle acquisizioni di cittadinanza dopo il 2022 è significativo: oltre 200 mila nuove acquisizioni all’anno, con più di 2 milioni di residenti naturalizzati nell’ultimo decennio (2015-2024).
Questo trend, insieme alla crescita demografica degli studenti non italiani, alimenta il dibattito pubblico e politico su riforme come Ius soli e Ius scholae (caldeggiato da tempo da Forza Italia), riforme che certamente renderebbero più lineare il percorso di cittadinanza per chi cresce e studia in Italia. Ma prima ci sono da superare diverse resistenze: decisiva satà la posizione, in merito, da parte del ministero dell’Istruzione e del Merito.