Professore, ogni volta che escono i “dati Invalsi” ci sono polemiche e in tanti si stracciano le vesti per lamentarsi dei risultati che ottengono gli studenti. Ma secondo lei c’è davvero un peggioramento progressivo degli apprendimenti?
Facciamo questa domanda a Cristiano Corsini, docente di pedagogia sperimentale all’Università di Roma Tre.
Ogni volta che vengono pubblicati i risultati INVALSI torna lo stesso ritornello: i giovani sarebbero sempre più incompetenti o ignoranti. Tuttavia, i dati restituiscono un quadro molto più complesso. Ci sono ambiti in cui i risultati sono peggiorati dopo il lockdown e non si registra una ripresa, e questa dinamica indubbiamente è problematica. Ci sono ambiti in cui i risultati migliorano e altri ancora in cui rimangono sostanzialmente stabili. In ogni caso, ed è importante evidenziarlo, mentre c’è un calo post-covid in alcuni ambiti, non c’è affatto il tracollo continuo di cui si parla da anni.
Non si tratta certo di affermare che vada tutto bene. Per esempio, in matematica fatichiamo a recuperare i livelli pre-covid, e questo può essere una spia di diversi problemi… che so, forse c’è un pericolo abbassamento delle aspettative? Indaghiamo, cerchiamo di capire. In inglese c’è invece un miglioramento generalizzato, da cosa dipende? Cerchiamo di capire…
Insomma, i dati restituiscono un quadro complesso ed eterogeneo. Concentrarsi solo sugli aspetti negativi, esattamente come concentrarsi solo su quelli positivi, equivale a scegliere di non comprendere, lasciando tutto com’è.
Che cosa dicono le indagini internazionali?
Le indagini internazionali confermano che il quadro non è affatto univoco.
Nella lettura alla primaria, PIRLS mostra una sostanziale stabilità nel lungo periodo, nonostante un calo nell’ultima rilevazione. In TIMSS, la matematica migliora sia alla primaria sia alla fine del primo ciclo, mentre le scienze rimangono stabili.
Anche PISA non documenta un declino ventennale: in lettura, matematica e scienze i risultati italiani sono sostanzialmente stabili rispetto all’inizio delle rispettive serie storiche. In matematica c’è però un calo recente, che ha cancellato i progressi compiuti negli anni precedenti.
Nel complesso, nel confronto internazionale l’Italia mostra di tenere alla primaria, mentre dalla secondaria in poi si accresce l’incidenza sul rendimento delle disuguaglianze sociali, economiche, territoriali e di genere.
Quindi, anche qui: non c’è né un tracollo generale, né una situazione rassicurante generalizzata.
Didattica attiva, social e digitale: sono davvero le cause?
Le spiegazioni semplici sono rassicuranti, ma spesso sono sbagliate. Dovremmo smetterla di usare i dati come clava per dare sostanza ai nostri fantasmi.
Usare i risultati delle indagini per attribuire responsabilità a questa o quella scelta didattica è un errore grossolano. Né le prove INVALSI né le indagini internazionali consentono di stabilire un rapporto di causa ed effetto tra un andamento dei punteggi e una specifica scelta didattica. Non è prevista alcuna osservazione dei processi, al limite le ricerche possono mostrare associazioni, correlazioni tra variabili di sfondo e rendimento, ma per come sono progettate non possono dimostrare che un certo strumento abbia prodotto un peggioramento.
Le ricerche controllate non mostrano affatto che le pratiche di insegnamento attivo peggiorino gli apprendimenti. Anzi, le ricerche sperimentali tendono a evidenziare un’associazione positiva tra miglioramenti negli apprendimenti e didattiche attive strutturate e accompagnate da feedback.
Quanto alle nuove tecnologie, le evidenze rilevano mediamente associazioni positive con gli apprendimenti se il digitale è inserito in una progettazione didattica coerente e guidata dall’insegnante. Inoltre, distinguerei esplicitamente questo processo dall’uso intensivo e non regolato di smartphone, videogiochi o social fuori dalla scuola, che costituisce un oggetto di ricerca completamente diverso e che, tra l’altro, è fortemente connesso alle scelte delle famiglie.
Mi pare che su quest’ultimo punto ci sia molta confusione e anche una certa commistione tra ricerca educativa e scelte ministeriali (penso, per esempio, a certe sgangherate circolari di Valditara). Questo però è un discorso più ampio, che richiamerebbe la ricerca empirica in educazione alle sue responsabilità, visto che negli ultimi anni è notevolmente diminuita la vigilanza critica sulle scelte di politica scolastica. Per esempio, solo una dozzina di anni fa firmavamo tutti assieme una lettera al ministero per contestare lo stesso uso dei dati INVALSI che oggi gran parte dei firmatari accetta acriticamente.
Non so, magari son cambiati i paradigmi o, a pensar male, la lotta per posizioni e finanziamenti rende una parte sempre più ampia della ricerca universitaria più docile rispetto al potere. Però a pensar male farei peccato e mancherei di rispetto a troppi colleghi, e allora non mi rimane che affermare che deve essersi sicuramente manifestata una clamorosa anomalia kuhniana che a me, distratto come sono a guardare il dito e non la luna, è sfuggita.
Perché si parla poco delle disuguaglianze?
Le disuguaglianze sociali, economiche e territoriali sono il dato più costante e preoccupante. Sono già presenti nella scuola primaria, ma aumentano lungo il percorso scolastico. Dopo il primo ciclo diventano ancora più evidenti, anche perché licei, tecnici e professionali accolgono popolazioni molto diverse per origine sociale e opportunità educative.
Perché se ne parla poco? Perché è più facile indicare un colpevole – lo smartphone, il tablet, un metodo didattico – che affrontare questioni strutturali: la segregazione tra indirizzi, le differenze territoriali, condizioni degli edifici, la formazione e la retribuzione di chi insegna.
I capri espiatori producono titoli, le disuguaglianze richiedono politiche lunghe, costose e impegnative. Così, si è preferito lasciare immutato il quadro, anzi peggiorarlo appaltando sbrigativamente la formazione docente alle università for profit.
Che cosa significa “fragilità della popolazione adulta” di cui lei ha parlato di recente?
Quando parlo di fragilità adulta non intendo dire che tutti gli adulti siano ignoranti.
Mi riferisco anzitutto ai dati PIAAC, l’indagine internazionale sulle persone tra i 16 e i 65 anni. In Italia, i risultati medi in lettura e matematica sono bassi e rimangono bassi nel tempo. L’Italia è uno dei paesi in cui la differenza tra preparazione delle generazioni più giovani e quella delle generazioni più vecchie è più ampia.
Inoltre, confrontando a dieci anni di distanza campioni diversi appartenenti alle stesse generazioni, emergono perdite significative nelle coorti meno giovani.
Insomma, ci troviamo un mondo adulto incapace di comprendere un rapporto di ricerca che accusa la gioventù di non saper comprendere il mondo.