Sul tema della violenza dei giovani e nelle scuole, parliamo con Antonino Petrolino, già dirigente scolastico; un lungo passato ai vertici dell’ANP e ora presidente dell’ESHA, l’organizzazione internazionale dei dirigenti scolastici.
Dopo gli eventi di La Spezia tutti si stanno interrogando su come sia possibile affrontare in modo serio ed efficace il problema della violenza. Il Governo parla di metal detector, lei cosa ne pensa?
Prima di parlare di metal detector, che costituirebbero anche simbolicamente una forma di resa (chi dovrebbe vigilarli ed esigere la consegna dell’arma? I collaboratori scolastici?), io credo che servirebbe porsi in maniera più realistica dell’attuale il problema del regolamento disciplinare.
Che però è stato cambiato dal ministro Valditara, proprio negli ultimi mesi…
Il Ministro evoca continuamente la stretta in materia di voto di condotta: ma poi le istruzioni ministeriali prevedono che, per irrogare il famoso “cinque”, servono atti aventi rilevanza penale(!).
E magari – aspettiamoci di vederlo scritto nella prima sentenza del TAR che avesse a giudicare di un ricorso – che si tratti di reati accertati con sentenza passata in giudicato. E’ inutile pensare di gestire la disciplina ordinaria con questa combinazione insensata di grida manzoniane e di disposizioni attuative (vedi Statuto degli studenti) belanti ed iper-garantiste.
Lei cosa farebbe?
Non so se può essere una proposta, ma certamente è un ricordo della mia personale esperienza professionale. Fino al 1998, il preside aveva a disposizione cinque giorni di sospensione dalle lezioni, che poteva irrogare “ad nutum”, senza formalità e senza riunire organi collegiali. Io me li sono sempre fatti bastare (anzi, non credo di aver mai superato i tre giorni). La differenza era che si poteva intervenire subito, ai primi segnali di comportamenti devianti, prima che diventassero consuetudine e norma di fatto nella comunità.
Non pensa che una soluzione del genere potrebbe presentare più di un rischio?
Io non sono affezionato a questa o quella formula, ma – se si vuole veramente che le scuole possano gestire le nuove sfide – sicuramente occorre dotarle della possibilità di intervenire in modo snello ed immediato e con misure concrete. Non con l’ennesimo corso di formazione, che lascia il tempo che trova. Sarebbe una compressione dei diritti civili? Se si tratta del “diritto” di porto ed uso del coltello, non vedo nulla da eccepire. Se venisse usato impropriamente (per esempio, per reprimere la libertà di pensiero – ma quale preside oggi lo farebbe?), non mancano certo all’Amministrazione gli strumenti di intervento.
Qualcuno direbbe che “i presidi vogliono avere le mani libere”. Come risponde?
Bisogna saper distinguere fra le mani legate e l’uso che si fa delle mani libere. Oppure accettare, al di là dello sdegno occasionale, che il porto e l’uso del coltello esiga la sua libbra di sangue nelle nostre aule. Non abbiamo già oggi l’esempio di quel che il libero porto delle armi da fuoco produce ricorrentemente nelle scuole USA?
A proposito delle armi da taglio è stato anche detto che rientrano un po’ in un certo tipo di cultura…
Bisogna essere realistici: senza voler fare del razzismo, c’è da tenere conto che la “cultura del coltello” è molto radicata, e da molto tempo, nel bacino del Mediterraneo, soprattutto – ma non solo – sulle sue sponde meridionali (e quindi anche nel nostro Paese) ed orientali. Il porto del coltello era ed è un indicatore esterno della raggiunta virilità per gli adolescenti maschi, insieme ai pantaloni lunghi.
E quindi dovremmo accettare la “cultura del coltello”?
Ovviamente no, e non dobbiamo assolutamente rassegnarci, ma dobbiamo sapere che la crescente presenza di studenti che provengono da aree dove da secoli si respira quel modello culturale rende ancora più complesse le modalità di intervento. Purché di intervento concreto si tratti, e non solo di buone, quanto astratte, intenzioni. E, soprattutto di misure attuabili in tempi brevi e con modalità snelle: gli interventi correttivi in materia disciplinare hanno un senso solo se tempestivi. Proceduralizzarli come se si trattasse di un procedimento giudiziario significa renderli inefficaci.