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Sulla capacità (o incapacità) di dialogo sui social

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Al di lá delle opinioni, delle prese di posizione, delle verità sbandierate, delle presunte evidenze, dei numeri e delle statistiche utilizzate, una cosa mi sta incuriosendo, leggendo commenti, post, dichiarazioni sui vari temi che animano il dibattito. Non solo dei politici, leader o gregari. Ma anche di tutti noi, in particolare sui social.

Più delle opinioni, sono interessanti le argomentazioni, le motivazioni.

Fondate o solo presupposte, queste motivazioni?

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In pochi, ad esempio, si rendono disponibili a rendere ragione delle proprie stesse opinioni, cioè ad accettare che una opinione può risultare vera solo se le opinioni contrarie si rivelano come autocontraddittorie, cioè non sensate.

Non sempre noto, sui social come sui giornali o in TV, la ricerca di un dia-logo, cioè la disponibilità di una ragione, di un logo, che, se vale, non dipende da me o da te, ma vale per se stesso.

Per cui la discussione assume un senso solo se mira alla verità in sé di una idea o di una posizione, la quale non vale perché lo dico io, ma io posso dirla solo se mi riferisco a qualcosa che non è mio o tuo o suo.

Infatti, in che modo posso convincere di un errore chi dà per scontato che non si debbano sentire ragioni opposte alle mie, chi ritiene cioè assurdo che qualcuno possa pensare in modo diverso dal mio o di chiunque altro?

Che capacità ha di dialogo chi ritenga un errore il solo fatto che qualcuno possa pensare in modo diverso?

Da un lato, dunque, ci può essere dialogo solo se si presuppone che ci possano essere opinioni diverse dalla sua, dall’altro ci può essere dialogo solo se si condivide che l’opinione è vera non perché mia o tua o sua, ma altro e oltre noi stessi. Di qui la ricerca, la fatica, lo sforzo, sapendo che ad accompagnarci non può non essere la prudenza della riflessione, la quale ci dice che si può contrastare una opinione solo se si dimostra la sua contraddittorietà.

La mia opinione potrò dire che è vera, dunque, solo se la sua presunta contraddittorietà non si rivelerà a sua volta autocontraddittoria.

Sarò io vincere? No, a vincere sarà la verità attraverso di me o di te, perché la verità non coincide con nessuno e con tutti allo stesso tempo. Perché tutti siamo cercatori di verità, di giustizia, di bellezza, di bene, ma nessuno potrà ergersi a possessore.

La verità non appartiene a nessuno, ma è a disposizione di tutti. Questa è la cultura, questa dovrebbe essere il sentiero principe delle discussioni, senza insulti, condanne, pregiudizi, presunzioni.

Altro modo per dire che senza l’umiltà della ricerca non ci può essere né dialogo né sapere. Ma solo violenza, fine a se stessa.
Se la scuola e l’università non sono luoghi principe di questo esercizio del dialogo, a che pro?

Quanti, in queste istituzioni, hanno maturato questa persuasione, al di là dei nozionismi, delle specializzazioni, dei mille frammenti?

 

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